Non è da tutti poter lanciare un’idea al Piccolo Teatro e sperare che venga accolta. Federica Fracassi, classe 1971, Premio Enriquez, Premio Hystrio, Premio Ubu, Premio Eleonora Duse e molti altri (Milanoateatro l’ha intervistata qui: https://milanoateatro.it/interviste/a-teatro-non-manca-il-pubblico-non-ce-critica-e-quindi-dibattito/), lei può: “sono molto emozionata, è uno spettacolo che sento un po’ come un figlio: meno, quasi, come attrice, e più come idea, desiderio che è stato colto da altre persone” ha detto a Milanoateatro il giorno della presentazione alla stampa dello spettacolo.
La nuova produzione del Piccolo infatti è “Trilogia della città di K- Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna”, progetto della Fracassi con Fanni&Alexander, in scena al Teatro Studio fino al 21 dicembre, dal romanzo di Ágota Kristóf(1935-2011), scrittrice ungherese naturalizzata svizzera. Le tre fiabe nere, dallo sfondo angosciante, sono state scritte tra il 1986 e il 1991, adattate e rese drammaturgie da Chiara Lagan per la regia di Luigi de Angelis. In scena la Fracassi nei panni della scrittrice ungherese, con Andrea Argentieri, Consuelo Battiston, Alessandro Berti, Lorenzo Gleijeses e la partecipazione in video di Fausto Cabra, Anna Coppola, Alfonso De Vreese, Giovanna Franzoni, Marta Malvestiti, Mauro Milone, Renato Sarti. In voce Chandra Candiani, Renzo Martinelli, Woody Neri.
Assistere a questo spettacolo significa, anzitutto, abbandonarsi a ciò che viene in scena. La trama è complessa, ma infondo non è fondamentale averne presente ogni sfumatura. Nella scenografia, sempre di Luigi De Angelis, è già ben espresso l’andamento della vicenda: a scatti, tra il reale e l’immaginario, con richiami ai crudeli avvenimenti di guerra e il tentativo di fuggire nella fantasia. Un pianoforte infondo allo spazio scenico: a inizio spettacolo suona da solo. Si muovono i tasti senza un pianista. Dall’alto pendono degli schermi, come dei parallelepipedi che raccontano attraverso i video storie ulteriori e connesse con la scena. Che storie? Quelle narrate dalla Kristóf, in scena anche come autrice interpretata dalla Fracassi: la sua scrivania è ben visibile, lei inizia a raccontare la sua fiaba. Con un accento perfettamente slavo, senza titubanze eppure con una tristezza mai superata, la Fracassi-Kristof parla di due gemelli. Da bambini sono stati affidati dalla madre alla nonna, che loro non conoscevano. Siamo in tempo di guerra, la vita dei bambini si dipinge piano piano attraverso i video e in scena tra la severità dell’anziana e la caparbietà e capacità di adattamento dei due, che alla fine riescono a farsi amare.
credit @MasiarPasquali
Come spettatori assistiamo credendo di aver trovato il senso dello spettacolo, anche in questa particolare scenografia tra personaggi viventi e presenze in video che pure sono parte integrante del testo. Invece il ritmo si interrompe: la madre torna, con un’altra bebè in fasce. Ma una bomba le uccide quando ancora le due sono in giardino: un altro trauma. E’ troppo: da questo momento il racconto si popola di presenze, di bambini reali ma fantocci, di vite che cercano una salvezza e la trovano sacrificando le esistenze di altri, di stabilità e luoghi conosciuti che diventano indispensabili, di certezze trovate a discapito della gioia altrui.
Per uno spettacolo che è una grande prova attoriale, ma anche di trucco (i visi degli attori sono modellati rendendoli vagamente irreali), di costumi e di luci: rende credibile il surreale, che infondo è il grande potere del teatro. Rappresentare l’essenza e la profondità dei significati della vita senza essere per forza realisti.
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