“A teatro non manca il pubblico, non c’è critica e quindi dibattito”

Di Marta Calcagno Baldini

Categoria Interviste

Pubblicato Ottobre 4, 2023

Federica Fracassi in una scena de "I promessi sposi alla prova", credit @TommasoLePera
Federica Fracassi in una scena de "I promessi sposi alla prova", credit @TommasoLePera

Federica Fracassi, attrice Premio Enriquez, Premio Hystrio, Premio Ubu, Premio Eleonora Duse e molti altri, ci dà il suo punto di vista sulla situazione attuale del teatro a Milano e in Italia

La vedremo in scena dal prossimo 12 al 22 ottobre al Piccolo Teatro Studio Melato in una produzione del Teatro Franco Parenti, “I promessi sposi alla prova” di Giovanni Testori: adattamento e regia Andrée Ruth Shammah con Giovanni Crippa, Tobia Dal Corso Polzot, Rita Pelusio, Aurora Spreafico, Vito Vicino e la partecipazione di Carlina Torta. Lo storico spettacolo della regista del Parenti è giunto alla sua terza edizione e sarà ospite del Piccolo in occasione del centenario della nascita di Giovanni Testori (ne abbiamo parlato qui: https://milanoateatro.it/fuori-sala/milanoateatro-va-a-casa-testori-cronaca-di-una-gradita-visita-nel-fotoromanzo-dellartista-di-novate/), e dei 150 anni dalla scomparsa di Alessandro Manzoni.

L’abbiamo vista su Rai 3 giovedì scorso in prima serata alla trasmissione “Splendida Cornice”, il programma di Geppi Cucciari: cantava “L’Italiana vera” accompagnata dal pianoforte di Remo Anzovino.

E’ Federica Fracassi, classe 1971, una laurea in filosofia e una formazione teatrale “off”, come sottolineerà lei stessa molte volte nell’intervista. “Mi ha chiamato Geppi per partecipare al suo programma: ‘L’italiana vera’ era un pezzo un po’ da cabaret brechtiano, io e Remo abbiamo provato poco ma ci siamo trovati subito, ed è arrivato alle persone”.

In effetti lei è stata molto efficace, e ha colpito il monito e l’appello che ha lanciato alla fine della vostra performance per cui Milanoateatro le ha chiesto quest’intervista: si è rivolta esplicitamente alla critica teatrale denunciandone la mancanza. Questo sito nasce proprio per cercare di sopperire a tale assenza. In genere ormai su ogni media gli spettacoli vengono presentati e raramente recensiti. Cosa sta accadendo esattamente secondo lei?

Avevo scritto un articolo su www.ilprimoamore.com il 4 settembre scorso in risposta all’idea del critico Franco Cordelli: sostiene che il pubblico ci sia, ma impreparato e indifferenziato. Per me il problema è che manca il dibattito culturale: ci sono tanti “ego” che si mostrano, mai confronti. In questo contesto le recensioni non hanno peso: dov’è lo spazio per il dibattito dopo che si è visto uno spettacolo? E come fa ad orientarsi il pubblico senza questo importante confronto? Che servirebbe, peraltro, molto anche agli artisti! Il dibattito, la critica, le recensioni, sarebbero d’interesse per tutti. Adesso un ruolo importante per aumentare il dibattito culturale lo stanno assumendo i direttori dei teatri (infatti Milanoateatro ha aperto la pagina di “Interviste ai direttori”, n.d.r.). Claudio Longhi direttore del Piccolo Teatro, ad esempio, si apre spesso al confronti diretto con convegni e conferenze anche con altri specialisti.

Eppure lei oltre ad aver fondato il Teatro I (2004), ha ricevuto il Premio Duse (2006 e 2011), quello di miglior attrice al Mittelfest (2007), Premio della Critica (neanche a farlo apposta) nel 2011 e il Premio Ubu sempre nel 2011 come miglior attrice protagonista (ex aequo con Mariangela Melato). Riconoscimenti ne ha avuti. Come sarebbe potuto accadere senza critica?

Difficilmente avrei avuto riconoscimento senza la critica, anche perché ho un percorso di formazione molto off. Alla Paolo Grassi sono stata bocciata al provino: sono un talento che senza la critica non sarebbe stato evidenziato. Sono arrivata ai grandi teatri, ma partendo dai piccoli. E la critica mi ha sempre aiutato anche a capire di più me stessa. Credo dovrebbe essere maggiore ancora. Invece è sempre meno.

Il suo appello a una necessità più diffusa della critica per il teatro contemporaneo italiano si estende anche alla necessità, secondo lei, di una piu’ ampia consapevolezza di ruolo anche per altre mansioni che ruotano attorno ad uno spettacolo: dai produttori, fino ai giovani attori che non si sbilanciano e non prendono posizione per essere portatori di un teatro autentico e scomodo. Qual è insomma secondo lei la situazione del sistema teatrale in Italia?

Ci sono pochi teatri forti in cui si sviluppa tutto. Ai giovani l’off non interessa più perché non ce la fanno a vivere: entrano nelle grandi scuole, e cercano di restare nel sistema dei grandi teatri a cui possono accedere dopo la formazione. Bisognerebbe che ci fosse una maggiore organizzazione: si fanno tantissime cose, per carità, ma troppo generaliste. Siamo in un sistema che ha buttato fuori le compagnie di giro, che hanno fatto la storia del teatro italiano. Non sono i giovani ad essere pigri: semplicemente possono iniziare solo se aderiscono a un sistema. E sperare di incontrare dei direttori di teatro che abbiano una visione. Ormai sono loro responsabili anche della crescita di un attore: il teatro di regia è decaduto, ormai i grandi registi che hanno fatto un’epoca sono quasi tutti morti. Ora semmai c’è più attenzione ai giovani autori, che spesso sono anche registi dei loro spettacoli. L’ecosistema sarebbe anche ricco, dovrebbe essere incanalato meglio.

Esempi concreti vissuti e visti da lei in prima persona di questa disorganizzazione?

Bè gestire il Teatro I ci dava molti problemi. Ad esempio non avevamo i soldi per pagare bene le persone che lavoravano con noi: si formavano, ma poi dovevano andare via. Certo, è stata l’esperienza più importante della mia vita: ho aperto un teatro a 31 anni e per 18 quest’avventura è continuata. È stato come un figlio, ma sono contenta oggi di essere un’attrice indipendente. La compagnia dà anche limiti oltre alle possibilità.

Parliamo del cinema (ha girato “Happy Family” e “La peggior settimana della mia vita” con Alessandro Genovesi, “La bella addormentata” e “Esterno Notte” con Marco Bellocchio e altri). Qui la situazione quanto a critica è ancora più grave che per il teatro?

Sì, ho girato dei film, ma il cinema lo conosco meno. Comunque è un mondo in cui ci sono più soldi e, se nasce un prodotto di qualità, crea subito divismo. Che quindi non è solo un mondo oggi riservato a influencer o calciatori: anche gli attori sono ancora sotto i riflettori, ma non perchè esista una vera critica. Si parla in modo sempre troppo superficiale e non approfondito, anche qui. Dovrebbe esserci più osmosi tra teatro e cinema per una critica di qualità.

Dopo quello che abbiamo sottolineato in questa intervista consiglierebbe a una ragazzina di fare teatro?

Io sono sempre per il sì. È sbagliato fermarsi davanti agli ostacoli del tempo: ogni momento ha le sue difficoltà. Anche mia mamma non mi ha mai ostacolata, pur non capendo fino infondo la mia passione.

Esempi di maschilismo nel mondo del teatro ne ha da fare? O se la donna non vuole in Italia può ancora scegliere?

A me non è mai capitato di subire esempi di seduzione in cambio di qualcosa. È più un problema di pensiero che deve evolversi: iniziano a esserci delle registe, e sta cambiando l’idea che una donna possa solo essere un’attrice.

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