Fino a che punto si può stravolgere un autore, soprattutto se si chiama William Shakespeare? Quanta libera interpretazione può avere un regista davanti a una drammaturgia non sua? Qual è lo scopo di una rilettura: far comprendere meglio l’autore originale o stravolgere l’opera in nome di una supposta attualizzazione? Lo chiediamo a Corrado D’Elia, che porta in scena al Teatro Leonardo, fino al 27 ottobre, il suo Amleto. In una scena che sembra una scatola bianca dalle pareti lisce si svolge, o meglio si accenna, la vicenda dell’Amleto di Shakespeare: “con questo Amleto -dice D’Elia sul suo spettacolo- invitiamo il pubblico a riflettere sulla fragilità del ricordo e sulla necessità di raccontare, condividere, e vivere attivamente la memoria”. Sì, perché prima di morire Amleto dice all’amico Orazio: “Racconta di me e della mia causa, non dimenticare”.
La causa è, per Amleto, la vendetta della morte del padre, il Re di Danimarca. E’ alla base della tragedia shakesperiana: Claudio, fratello del re e zio di Amleto, uccide il maggiore suo consanguineo e sposa Gertrude, madre di Amleto, perché ambisce al trono e al potere. Il Re morto, però, appare come fantasma al figlio e lo invita a riscattare il suo involontario sacrificio. Questi agisce, e, in nome del padre, uccide tutta la famiglia, per poi morire lui stesso. Ecco che, per Corrado D’Elia, o spettacolo si spoglia di una trama già a molti nota e diventa una riflessione quasi astratta, onirica, sui temi della forza della memoria contro la perdita d’identità e di senso: “Il teatro diventa così un atto di resistenza contro l’oblio- dice il regista, anche attore protagonista in scena nel ruolo di Amleto-, un modo per tenere viva la storia e per far sì che ciò che siamo, ciò che amiamo, e ciò che temiamo, non si perda nel caos del tempo. Siamo noi, spettatori e narratori, a dover custodire e tramandare le memorie, perché nessuna macchina, per quanto perfetta, può sostituire il cuore umano nel compito di ricordare”.
Tema interessante, ma, paradossalmente, per restituirlo, D’Elia ha stravolto l’Amleto rendendolo quasi irriconoscibile: la drammaturgia è asciugata e privata quasi della narrazione e la consequenzialità degli eventi. Una serie di momenti, fotografie, immagini astratte ne ripercorrono gli attimi salienti mettendoci come davanti a una serie d flash. Che avvengono in un ambiente unico, senza richiami, come per ricostruire solo il senso della solitudine del protagonista shakesperiano, ma non la sua lotta, la sua pazzia provocata dall’incomprensione e l’abbandono. Attraverso questa serie di situazioni che si susseguono D’Elia vuole porgere una denuncia e un invito, “a lottare contro l’inevitabile sbiadire dei ricordi, usando il teatro come strumento per preservare l’essenza delle nostre vite, delle nostre emozioni, e delle nostre storie”.
Gli attori dell’Amleto in scena, credit @MTM
Un nobile intento, ma non arriva in modo chiaro al pubblico, che non si orienta nella serie di flash che vengono proposti e che spopola l’integrità della storia shakesperiana dalle vie, dai sentimenti dagli intrecci che vivono nel dramma originale aggiungendo e evidenziando il senso finale proprio della vendetta necessaria in nome della memoria.
PREZZI: intero € 30,00 – convenzioni € 24,00 – ridotto Arcobaleno (per chi porta in cassa un oggetto arcobaleno) € 24,00 – Under 30 e Over 65 € 17,00 – Università € 17,00 – scuole di Teatro € 19,00 – scuole civiche Fondazione Milano, Piccolo Teatro, La Scala e Filodrammatici € 11,00 – Scuole MTM € 10,00 – ridotto DVA € 15,00 tagliando Esselunga di colore ROSSO
Consigli per prima o dopo lo spettacolo
Andry Restaurant
Andry sta per Andrea, che è il figlio di di Ivano. E che è anche il nome del loro ristorante, in via Rovello 10 a pochi passi dal Piccolo Teatro Grassi. Un locale intimo, non troppo grande: due sale, atmosfera silenziosa e tranquilla. Ivano, Andrea e Luciano, abile e esperto cameriere le gestiscono coordinandosi tra i vari clienti che entrano si accomodano, stranieri e italiani. Cucina di pesce prevalentemente, di ottima qualità, ma in menù si trovano anche piatti classici della cucina italiana (primi e secondi anche di carne). “Alla sera -racconta Ivano-, verso le 22.30-23, venivano spesso dalla redazione del Giornale, che era in via Negri, ancora quando ero in Conni Zugna”. Sì, perchè, di origine calabrese, fin dalla fine degli anni Settanta la famiglia di Ivano si trasferisce da Vibo a Milano e per gestire ristoranti. “Ne ho avuti anche quattro contemporaneamente”. Erano ristoratori già in Calabria, “ho iniziato nel ’92 aiutando nel ristorante di famiglia, facevo le pizze”. Esperienza è la parola guida per tutto ciò che si trova oggi da “Andry”: l’ambiente elegante, ma non pomposo o esagerato. Il personale competente e non troppo invadente. La materia prima di ottima qualità e le ricette soddisfacenti le migliori aspettative. I prezzi: alti ma, per essere a due passi dal Duomo e mangiare pesce, perfettamente onesti. Noi abbiamo assaggiato un antipasto di pesce crudo, un frittino di totanetti spillo e baccalà, spigola ai ferri con patate al forno e un’orata con un’insalata di carciofi. Un bicchiere di vermentino sardo, due sorbetti al limone e un caffè (120 euro in tutto, più prosecchi offerti dalla casa).
Indirizzo: via Rovello 10 Telefono: 0286462709 Website: https://ristoranteandry.com/ E-mail: andryrestaurant@gmail.com
Upcycle
Esterno del locale Upcycle, credit @MartaCalcagno
Sempre aperto. Questa la prima caratteristica. Non è solo un ristorante, l’Upcycle, in via Ampere 59. Di giorno, dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18, è uno spazio per leggere, lavorare, soprattutto per studiare. E poi è un bike-caffè, ovvero uno spazio dedicato agli appassionati di bicicletta. Qui ci si trova, si organizzano gite, riunioni di ciclisti: “a Milano non ce n’erano -racconta con gentilezza e sprint Annemieke, olandese, che arriva in Italia nel 2013 per amore, si sposa e qui si stabilisce. Nello stesso anno apre il locale, che porta avanti una filosofia-. E poi qui si fa “upcycling”, ovvero quel processo di conversione di materiale di scarto o prodotti apparentemente inservibili in nuovi materiali o prodotti di migliore qualità”. E allora si inizia a notare che il lungo tavolo in mezzo al locale è realizzato con vecchie assi da cantiere e tubi idraulici. In tutto il locale si trovano biciclette riconfigurate ad arredo. Lo stesso immobile era un garage, e lo si capisce dalla salita tipica in cemento che dalla strada porta nel locale, ora arredata con ruote di bici sul muro e con la presenza anche di tavoli sull’altro lato. In cucina i prodotti sono tutti freschi e di stagione, per un menù molto ampio perché copre tutti e tre i pasti. La sera e a pranzo si possono assaggiare quiche, zuppe e creme, baccalà, aringa e salmone. O arrosti e spezzatini, oltre all’originale hamburger Upcycle. Nel complesso è una cucina molto leggera, che passa dai mini piatti (tartare di pesce del giorno, 13 euro. Polpette vegane, 9 euo. Pollo in sala curry e cocco, 11 euro), a “I completi”, sorta di piatto unico (bowl di formaggio di capra, con couscous olive nere e mandorle tostate, 15 euro. O melanzana arrosto, 13 euro. O l’Upcycle Burgher, d fassona e ben condito, 16 euro, e latro). Il tutto è cucinato con prodotti di stagione, dalla colazione al brunch, dal pranzo alla cena. In qualunque momento della giornata si possono gustare caffè e the da accompagnare con biscotti e torte fatte in casa, bere vino, birra e pastis artigianale. L’acqua è alla spina, gratis, anche in modalità self sempre disponibile per chi è lì durante il giorno a studiare: “tranne nel weekend -conclude Annemieke-: sabato e domenica siamo aperti, ma lo spazio è dedicato allo svago”.
Indirizzo: via Ampère, 59 Telefono: 0283428268 Website: https://upcyclecafe.it/ E-mail: info@upcyclecafe.com
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