De Gregori e Laurie Anderson scelgono l'Out Off e la Triennale per presentare i propri nuovi album in Italia

Marta Calcagno Baldini

Riflessioni dalla platea

Non è per fare paragoni impropri: Laurie Anderson e Francesco De Gregori sono una performer e musicista e un cantautore profondamente diversi. Eppure entrambi hanno scelto di presentare i rispettivi nuovi progetti anzitutto a Milano: che la città, per la sua storia di eccellenza musicale in campo di Classica (Teatro Alla Scala, Orchestra Verdi, Conservatorio) e jazz (Blue Note), sia oggi un palco ambito anche per una musica di ricerca e intellettuale? No, o meglio non è questo il motivo principale.

Sia la Anderson che De Gregori hanno un’ampia e lunga, in senso di decine e decine di anni, notorietà: la prima in tutto il Mondo, il secondo in tutt’Italia. La Anderson è un’artista di ricerca, ora sta girando tutta l’Europa con il suo ultimo album The Repubblic of love. De Gregori è un cantautore celebre, che sta presentando il suo nuovo disco e progetto Nevergreen (perfette sconosciute): un album di brani inediti cantati anche con Zucchero, Jovanotti, Ligabue, Gianna Nannini e altri, a cui è collegato anche Francesco de Gregori. Nevergreen, il docufilm che racconta questa esperienza e che il 4 giugno sarà in prima serata su Rai3 e poi disponibile su RaiPlay.

Hanno scelto Milano come città in cui presentare i loro nuovi lavori perchè sa offrire gli spazi adatti per chi è un musicista oggi, che sia un cantautore o di ricerca. E non si parla di locali, dove la musica dal vivo è quasi assente.


De Gregori dice di sé che “non riempio i palazzetti: non sono andato a San Remo mai nella mia vita e cerco un pubblico vicino, non da mainstream”. Preferisce i 200 posti del Teatro Out Off dove lo scorso 26 maggio ha presentato il suo nuovo album live registrato due anni fa in residenza proprio nella sala di via Mac Mahon 16: “A Roma non c’è un palco come questo -spiega il cantautore -: io cerco vicinanza fisica col mio pubblico e in posti come questo sono più portato ad essere vicino alla gente”. In effetti l’Out Off, con i suoi 200 posti, in una zona a Milano non più periferica ma di certo lontana dal centro e con un’identità forte (è la via Mac Mahon raccontata da Giovanni Testori) sembra accontentare le esigenze del cantautore romano: “io cerco una vicinanza fisica -continua-. Mi piace sentire il pubblico lì, presente: non sono mai andato al Festival di San Remo anche per questo. È una mia regola”. Ovviamente non si sente affatto in sintonia con i musicisti dei Talent: “la musica che gira oggi non mi piace -continua-. Oggi ho letto l’Enciclica del Papa: dice che non possono essere gli algoritmi a scegliere per noi. E neanche io voglio essere governato da un algoritmo. Mi piacciono i club: la musica va ascoltata, bisogna intanto potersi alzare, girare, vivere lo spazio in ogni senso”.

De Gregori sul palco del Teatro Out Off a presentare il suo nuovo disco e documentario, credit @martacalcagno
De Gregori sul palco del Teatro Out Off a presentare il suo nuovo disco e documentario, credit @martacalcagno


Da Roma a Chigago, negli Stati Uniti, per una stessa idea dell’ascolto come momento da vivere nel tempo e nello spazio: “questa è la stanza del futuro -ha detto nel suo entusiasmo composto e geniale Laurie Anderson nella conversazione mattutina con i giornalisti lo scorso 20 maggio, nella Sala Voce, il nuovo spazio davanti ai Giardini realizzato negli spazi dell’ex discoteca Old Fashon appositamente per l’ascolto e la creazione dell’effetto acustico come energia-: sono stata in mille posti dedicati alla musica, ma mai in uno spazio apposito per la ricerca sul suono. Con Brian Eno abbiamo cercato un luogo per fare ricerca: solo in un ospedale inglese abbiamo trovato il silenzio giusto”. E si è spinta oltre: “quando trovi la forza di creare una connessione in uno spazio, è una energia nuova che si libera: la musica è materia. Si può camminare nella musica, spostarsi nello spazio, la tua stessa testa diventa uno spazio”. In quell’occasione è stata insignita da Stefano Boeri, Presidente di Triennale Milano, del Diploma d’Onore (onorificenza che il museo, teatro, giardino dedicato al design e l’arte contemporanea in via Alemagna 6, riconosce ad artisti che “nel mondo del progetto e della cultura italiana e internazionale hanno saputo lasciare un segno indelebile”).

La sera stessa nel Giardino della Triennale ha tenuto il concerto e performance sul suo ultimo lavoro The repubblic of love: un pubblico misto, da quarant’anni in su, in piedi in giardino davanti al palco. La Anderson ha espresso, tra suono musicale e della sua voce, dei concetti che volevano far riflettere il pubblico sul tempo presente. “What is justice and what is love?”, cosa s’intende per giustizia e cosa per amore? L’amore non è una forza classificabile, dice l’artista, nel suo teatro di concetto, di empatia, di speranza. “The storm keeps blowing -la tempesta continua a soffiare-, the angel fals backwoods -l’angelo finisce a casa del Diavolo-, and the storm was called godless- e la tempesta fu chiamata ateismo”.

Sì, perché ciò in cui la Anderson spera e a cui vuole esplicitamente invitare il suo pubblico è una presa di coscienza della necessità del bene, della gentilezza, dell’uguaglianza tra noi. “We are all loosers”, siamo tutti fragili. Dovremmo interessarci al prossimo per capire noi stessi: tra immagini e suoni, tra storie di persone a lei vicine e racconti sulla sua vita. Tra il suo violino e ritratti di figure per lei importanti sullo sfondo (come Lou Red, suo marito, defunto nel 2013), tra intersezioni elettroniche e luci, la Anderson ha portato il pubblico in un viaggio nella sua e nella propria, di ciascuno, coscienza. Il 7 luglio sarà a Perugia all’Umbria Jazz, e poi lascerà l’Italia, ma non l’Europa (dopo due tappe in Portogallo, a Lisbona, lo scorso 31 maggio, e Braga, il 2 giugno, volerà in Olanda, a Heerlen, il 9 luglio, in Irlanda a Dublino l’11 e a Monaco di Baviera, in Germania).

Laurie Anderson durante il concerto, credit @marta-calcagno-baldini
Il pubblico sul prato dei Giardini della Triennale, credit @martacalcagno
Il pubblico sul prato dei Giardini della Triennale, credit @martacalcagno

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