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Recensioni

Spettacolo dinamico, e complimenti a Francesco Montanari per la sua memoria come attore per un testo complesso come Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III, in scena a Milano da ieri, venerdì 14 marzo, fino al 6 aprile al Piccolo Teatro Studio Melato. Classe 1984, romano, è diplomato alla Silvio D’Amico e da almeno 16 anni è attivo in teatro (diretto da Lorenzo Salveti, Valerio Binasco, Michele Placido, Giorgio Albertazzi e molti altri, comunque orientato sul mondo dello spettacolo romano), cinema, tv, video musicali e webserie. Ora è l’unico inteprete della nuova produzione del Piccolo e Carnezzaria, gruppo di produzioni di arti performative la cui direzione artistica è affidata a Emma Dante e Aldo Grompone. In Storia di un cinghiale drammaturgia e regia sono di Gabriel Calderon, classe 1982, cofondatore, nel 2005, in Uruguay, della Compagnia Complot, con cui ha creato una trentina di spettacoli.
Storia di un cinghiale e’ un testo ricco, dinamico, vivace e di una certa complessità per la numerosa presenza di aggettivi, parole, immagini. Per il lavoro al Piccolo il regista si è complimentato con tutti i tecnici, macchinisti, operatori che lavorano in questo teatro: “una macchina teatrale incredibile -ha detto in conferenza stampa-. Tutti hanno cercato di capire me, un uruguaiano. Mi sono ritrovato in una grande squadra pronta per fare teatro”.

Ed è importante sottolinearlo, perché lo spettacolo è tutt’altro che semplice sia per la forma che per i contenuti. L’idea che muove tutto il lavoro è quella della metafora: come Riccardo III nella tragedia di Shakespeare è l’uomo ambizioso e crudele che decide di adottare ogni mezzo pur di arrivare al trono d’Inghilterra, così Montanari è un attore che per tutta la vita avrebbe voluto interpretare il personaggio di Riccardo III. La scena, di Paolo Di Benedetto, è quella di un palcoscenico dell’epoca, perfetto nel Teatro Studio (a forma circolare, esattamente come lo erano i teatri in Inghilterra nel XVI-XVII secolo): tra corde, sipario, ripiani in legno e scale, Montanari racconta la sua opportunità, la sua ambizione, la sua voglia di scalare le tappe e affrettare i tempi per diventare Riccardo III. “Una schizofrenia molto bella da un punto di vista di esercizio, di lavoro” dice Montanari. A suon di parole varie, precise, specifiche, nella metafora potere-azione, re-attore si affacciano le problematiche che infondo furono di Riccardo III, esistono nel mondo degli attori e anche in quello di tutti: competizioni, prese di potere, corruzione, la ricerca di scorciatoie.

“È uno spettacolo sull’identità personale, sociale: il teatro diventa un pretesto per parlare di questo”, spiega sempre Montanari. Oltre ad essere un omaggio a Shakespeare e al suo Riccardo III, infatti, la messinscena sembra un invito a considerare la vita come un momento di teatro: attraverso la parola, il gesto, l’azione, l’attore ci mostra il valore del momento nell’attimo in cui si verifica, prescindendo da ciò che ne rimarrà.
Nel bene, ma anche nel male: come Riccardo III usa la sua intera vita per raggiungere il potere, utilizzando mezzi leciti e soprattutto, non leciti, così l’attore, per arrivare ogni sera sul palco si destreggia tra malelingue, falsità, questioni economiche. E così lo spettacolo tesse una vera e propria critica al sistema teatrale attuale, così attaccato alla ricerca di finanziamenti e di denaro, e al gioco di ruoli, ovvero di funzioni che lavorano nei teatri (direttori artistici, registi, attori, e anche macchinisti, costumisti, truccatori). E a rivolgere un invito verso una maggiore consapevolezza per come si lavora da parte degli artisti, ma anche del pubblico rispetto a ciò cui assiste.
“Il mio regno per un cavallo”, dice Riccardo III, in realtà già sconfitto alla battaglia di Bosworth Field. “Il mio regno per uno spettatore intelligente”, dice l’attore. Ma forse anche lui è già sconfitto, a causa del suo stesso sistema e comportamento.
DURATA: 75 minuti
Piccolo Teatro Studio Melato, via Rivoli 6
Informazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org
Orari: martedì, giovedì e sabato, ore 19.30; mercoledì e venerdì, ore 20.30; domenica ore 16.00.
Le recite dal 4 al 6 aprile sono sovratitolate in italiano e inglese.
Prezzi: platea 40 euro, balconata 32 euro
Andry sta per Andrea, che è il figlio di di Ivano. E che è anche il nome del loro ristorante, in via Rovello 10 a pochi passi dal Piccolo Teatro Grassi. Un locale intimo, non troppo grande: due sale, atmosfera silenziosa e tranquilla. Ivano, Andrea e Luciano, abile e esperto cameriere le gestiscono coordinandosi tra i vari clienti che entrano si accomodano, stranieri e italiani. Cucina di pesce prevalentemente, di ottima qualità, ma in menù si trovano anche piatti classici della cucina italiana (primi e secondi anche di carne). “Alla sera -racconta Ivano-, verso le 22.30-23, venivano spesso dalla redazione del Giornale, che era in via Negri, ancora quando ero in Conni Zugna”. Sì, perchè, di origine calabrese, fin dalla fine degli anni Settanta la famiglia di Ivano si trasferisce da Vibo a Milano e per gestire ristoranti. “Ne ho avuti anche quattro contemporaneamente”. Erano ristoratori già in Calabria, “ho iniziato nel ’92 aiutando nel ristorante di famiglia, facevo le pizze”. Esperienza è la parola guida per tutto ciò che si trova oggi da “Andry”: l’ambiente elegante, ma non pomposo o esagerato. Il personale competente e non troppo invadente. La materia prima di ottima qualità e le ricette soddisfacenti le migliori aspettative. I prezzi: alti ma, per essere a due passi dal Duomo e mangiare pesce, perfettamente onesti. Noi abbiamo assaggiato un antipasto di pesce crudo, un frittino di totanetti spillo e baccalà, spigola ai ferri con patate al forno e un’orata con un’insalata di carciofi. Un bicchiere di vermentino sardo, due sorbetti al limone e un caffè (120 euro in tutto, più prosecchi offerti dalla casa).
Indirizzo: via Rovello 10
Telefono: 0286462709
Website: https://ristoranteandry.com/
E-mail: andryrestaurant@gmail.com
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Il romanzo di Stefano Benni diventa una drammaturgia per l'idea di Emilio Russo, che firma anche la regia. Al Menotti lo spettacolo che riporta fedelmente lo stile surreale del libro

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