Questo spettacolo è un’opera d’arte, un sogno in cui entrare piano piano. Siamo al Piccolo Teatro Strehler, dove dal 10 al 15 gennaio è in scena “Processo Galileo”, di Angela Demattè e Fabrizio Sinisi: i due drammaturghi si sono trovati, dopo i duri anni della pandemia, a riflettere e scrivere del proprio rapporto con la scienza. Sono stati Andrea De Rosa e Carmelo Rifici, i due registi con cui ciascun drammaturgo stava inizialmente lavorando, a decidere di unirsi: ecco uno spettacolo a quattro mani. Due drammaturghi e due registi, per un’opera che è completa, elegante, storica e universale nello stesso tempo. Passato e presente si mischiano, per far emergere il concetto della fragilità, ma allo stesso tempo anche l’insaziabile curiosità e innato desiderio di avanzamento, crescita dell’uomo. La paura dell’ignoto contro la forza dell’intelligenza.
Su un palcoscenico aperto, in cui i pochi elementi scenici sono più che altro strumenti per gli attori con cui interagire, si consumano tre storie contemporaneamente, tre momenti diversi ma uniti in un unico spettacolo. Varie voci, come in un dibattito in questo caso armonico e costruttivo, si mischiano. Protagonista non è Galileo Galilei, interpretato da Luca Lazzareschi, ma la sua abiura, che costituisce il prologo: nel 1633 ha dovuto “lasciar la falsa opinione che il sole sia al centro del mondo e che non si muova e che la terra non si centro del mondo e che si muova”. Con le stesse parole usate davanti all’Inquisizione si parte, per uno spettacolo che cerca di dimostrare la fragilità dell’essere umano davanti all’Infinito, e allo stesso tempo il suo incessabile tentativo di afferrarlo, di comprenderlo.
E così, dopo il prologo, che è un salto nel passato, si arriva al presente: ecco Catherine Bertoni de Laet che interpreta Angela, una giovane donna, madre e studiosa (nonché pianista, suona in scena a tratti per tutto lo spettacolo), che deve stendere una relazione per una rivista divulgativa su quali siano i nuovi paradigmi della scienza oggi. Lei è una sostenitrice della modernità di Galileo, con cui interagisce in scena in un dialogo fra presente e passato, del fatto che i suoi studi abbiano congiunto la ricerca scientifica alla capacità tecnica. Un sostegno, però, che umanamente le costa caro, perché sta vivendo una situazione personale tragica che la distrae dalle materie alte e allo stesso tempo squisitamente scientifiche che deve trattare: è madre di un bambino piccolo, e ha appena perso la sua di madre, interpretata da una efficace Milvia Marigliano. Con cui anche intrattiene un dialogo extra-terreno.
Credit @Masiar Pasquai
La presenza contemporanea sul palco della morte e la vita, del passato e il presente costituiscono la terza dimensione in cui ci catapulta lo spettacolo: da una parte Galileo e la sua ricerca sul sapere, dall’altra la madre dal carattere concreto e pratico. Il pianoforte e gli studi contro la passione per l’orto e l’allevamento dei figli. Dopo il passato, con l’abiura, il presente, nella figlia studiosa che sostiene le scoperte di Galileo anche in contrasto con le idee concrete e terrene della madre che percepisce anche se morta, si arriva al futuro, interpretato da tutti i personaggi: Galileo ha aperto gli occhi sulla piccolezza del Mondo davanti al Sole, rovesciando ogni parametro. Da questo squilibrio e dalla sua piccolezza l’uomo dovrebbe partire, per ristabilire una partenza comunitaria e unita nell’affrontare la Vita. Un augurio (“Più Luce!” le ultime parole di Galileo) con cui lo spettacolo lascia gli spettatori, senza dare risposte ma descrivendo appieno la fragilità umana e allo stesso tempo la sua forza data dalla curiosità inarrestabile e dalla fortuna (almeno teoricamente) di avere a disposizione il Mondo.
INFO.Piccolo Teatro Strehler, Largo Greppi 1
Orari: martedì, giovedì e sabato, ore 19.30; mercoledì e venerdì, ore 20.30; domenica, ore 16.DURATA: 1 ora e 30 minuti circa
Andry sta per Andrea, che è il figlio di di Ivano. E che è anche il nome del loro ristorante, in via Rovello 10 a pochi passi dal Piccolo Teatro Grassi. Un locale intimo, non troppo grande: due sale, atmosfera silenziosa e tranquilla. Ivano, Andrea e Luciano, abile e esperto cameriere le gestiscono coordinandosi tra i vari clienti che entrano si accomodano, stranieri e italiani. Cucina di pesce prevalentemente, di ottima qualità, ma in menù si trovano anche piatti classici della cucina italiana (primi e secondi anche di carne). “Alla sera -racconta Ivano-, verso le 22.30-23, venivano spesso dalla redazione del Giornale, che era in via Negri, ancora quando ero in Conni Zugna”. Sì, perchè, di origine calabrese, fin dalla fine degli anni Settanta la famiglia di Ivano si trasferisce da Vibo a Milano e per gestire ristoranti. “Ne ho avuti anche quattro contemporaneamente”. Erano ristoratori già in Calabria, “ho iniziato nel ’92 aiutando nel ristorante di famiglia, facevo le pizze”. Esperienza è la parola guida per tutto ciò che si trova oggi da “Andry”: l’ambiente elegante, ma non pomposo o esagerato. Il personale competente e non troppo invadente. La materia prima di ottima qualità e le ricette soddisfacenti le migliori aspettative. I prezzi: alti ma, per essere a due passi dal Duomo e mangiare pesce, perfettamente onesti. Noi abbiamo assaggiato un antipasto di pesce crudo, un frittino di totanetti spillo e baccalà, spigola ai ferri con patate al forno e un’orata con un’insalata di carciofi. Un bicchiere di vermentino sardo, due sorbetti al limone e un caffè (120 euro in tutto, più prosecchi offerti dalla casa).
Indirizzo: via Rovello 10 Telefono: 0286462709 Website: https://ristoranteandry.com/ E-mail: andryrestaurant@gmail.com
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