Non convince il melting pot di Liv Ferracchiati su 'Hedda Gabler' di Ibsen. Una nuova produzione e una scommessa sbagliata

Marta Calcagno Baldini

Recensioni

“La mia non è una riscrittura”. “E neanche è veramente solo un’operazione di rilettura registica”. Liv Ferracchiati, il regista 35enne umbro che è una ragazza transgender e preferisce usare l’articolo maschile, laureato in lettere alla Sapienza di Roma e diplomato alla Paolo Grassi di Milano, artista associato del Piccolo Teatro e infatti in scena fino al 22 dicembre allo Studio con “Hedda Gabler, come una pistola carica”, sa molto bene cosa non è il suo spettacolo. Con difficoltà, dice lui stesso, sa trovare le parole per definirlo. Se i critici servono a qualcosa, possiamo provare a dirlo noi: è un melting pot, non armonico ovvero senza una forte idea di fondo, di varie ispirazioni (chiamiamole così) recuperate da una rosa ampia di idee di veri registi e artisti che sono venuti prima di lui

. “Hedda Gabler” è un testo di Henrik Ibsen del 1890. Il drammaturgo norvegese porta in scena, con questo spettacolo, il conflitto tutto interiore della protagonista, Hedda, sposata ad un uomo mediocre, annoiata e delusa. Una scintilla è l’incontro con un vecchio spasimante, che le lascia intravedere la possibilità di rivivere una passione. Egli però si uccide vilmente, a Hedda non rimane che togliersi la vita con la pistola del padre. Per Ferracchiati il dramma si svolge tutto su due piani: quello drammaturgico ibseniano e quello oltre la scena, nel presente del momento della rappresentazione. I sette attori in scena, compreso Ferracchiati, devono districarsi uscendo a volte dal personaggio per tornarci presto dentro. Non quindi con un progetto drammaturgico preciso come in Pirandello, e nemmeno in una visione petica come quella brechtiana: quella di Ferracchiani pare più una scoordinata esperienza estetica che appesantisce lo scorrere della vicenda e impedisce l’approfondimento sulla figura femminile di Hedda Gabler. Che infatti, per Ferracchati, non è il centro dello spettacolo: a lui interessa il gioco tra la finzione e la realtà, la storia e l’attualizzazione di questa

Liv Ferracchiati in scena, @credit Masiar Pasquali

E quindi tutta la trama ibseniana passa in secondo piano: grazie ad una scenografia che si può spostare nello spazio scenico, viene anche recitata infondo al teatro. Davanti agli spettatori Ferracchiati in tutta la sua protagonista insicurezza, che entra in scena e ci resta sempre, anche quando non recita. Perché, lui dice, “sono il personaggio di Ibsen”. Una sorta di presenza che rende reale la finzione, una firma a ciò che sta avvenendo. Come già aveva fatto il grande Tadeusz Kantor, ma che in questo caso è stato emulato del tutto inconsapevolmente. Insomma, Ibsen si rivolta nella tomba senza capire perché questo regista ha scomodato importanti riferimenti della storia recente del teatro per inserirli ne suo esperimento: il drammaturgo norvegese, Kantor, Luigi Pirandello. Peccato per alcuni attori, come Francesco Alberici e Giulia Mazzarino, che ben interpretano il loro ruolo: non è certo a causa loro se lo spettacolo non funziona. 

Resta da capire perché il Piccolo Teatro, istituzione non solo milanese ma europea, abbia scelto di investire, anche con un ricco calendario di eventi paralleli di cinema e altro, su una produzione nonché una rilettura retorica non in grado di aggiungere qualcosa all’originale

Durata: 1.30 senza intervallo (ma può anche essere più lungo)

Orari: martedì, giovedì e sabato, ore 19.30; mercoledì e venerdì, ore 20.30; domenica e festivi, ore 16. Lunedì, riposo.  
Le recite di giovedì 1°, sabato 3, giovedì 15 e sabato 17 dicembre sono sovratitolate in inglese
(a cura di Prescott Studio)
Prezzi:
platea 40 euro, balconata 32 euro
Informazioni e prenotazioni
02.21126116 – www.piccoloteatro.org           

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