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Che Mina sia un’icona gay è di per sé un fatto poco concepibile: lo sarebbe per la vita di costanti dimostrazioni nella volontà di affermare la sua personalità, fino all’uscita di scena che ancora lascia un languorino nel desiderio di rivederla esibirsi. Come se non fossero concetti interessanti e validi per ogni categoria di genere. Ecco perché Vorrei una voce, spettacolo di e con Tindaro Granata in scena al Teatro Elfo Puccini fino al 26 maggio, risulta un’interpretazione del tutto superflua, confusa, superficiale e superata della musica della cantante cremonese.
Solo su una scena buia in cui si intravedono vari abiti appesi a una certa distanza tra loro, inizialmente l’attore ricorda la sua personale esperienza di ragazzo che già da bambino scopre la sua omosessualità quasi come un gioco e poi ne prende atto con naturalezza, accompagnato da un amico-fidanzato con cui condivide vari anni di relazione. Quando questa termina subentra un periodo di incertezza: una vita di “occasioni mancate”, che generano paure. Da cui “ho accettato il lavoro nel carcere per togliermi di mezzo”. Granata infatti va ad insegnare teatro alle detenute come per prendersi un momento di riflessione. Lo spettacolo assume quindi fin da subito il tono di una confusa confessione che mischia vita privata e denuncia sociale.
Dopo la sorta di prologo iniziale sulle dichiarazioni di orientamento sessuale dell’autore-attore, simbolicamente entriamo con Granata nel Teatro Piccolo Shakespeare all’interno della Casa Circondariale di Messina con le detenute di alta sicurezza da lui simbolicamente restituite. Siamo nell’ambito del progetto “Il Teatro per Sognare”: qui Granata finge di incontrare le detenute e di impostare il lavoro con loro. Dovranno cantare in playback una canzone di Mina a loro scelta, e nella recitazione dovranno liberare se stesse. “Raccontarsi attraverso una forma d’arte”: creare un filtro esterno in modo da allontanare le proprie paure. Questo l’esercizio.
Ecco che attraverso le storie delle donne che hanno accettato il progetto si si affacciano i temi della maternità in carcere, della mafia, della morte, del bisogno di parlare e l’occasione che fornisce questo esercizio in carcere. Si affacciano, ma sono sempre e troppo offuscati dai continui riferimenti all’omosessualità e la solitudine che ha causato all’attore autore. Il che svilisce la portata del progetto di sostegno alla detenute, prestando anche la portata artistica di Mina non alla valenza sociale dell’esercizio in carcere, ma semplificandola tremendamente alla inutile icona di cantante amata dal mondo omosessuale.
Durata: 1 ora e 15 minuti
Teatro Elfo Puccini, corso Buenos Aires 33, Milano
Orari: mart ore 21 | merc e giov ore 20 | ven ore 20.30 | sab 19.30 | dom 16.30
Prezzi: intero € 34 / <25 anni € 15 / >65 anni € 18 / online da € 16,50
Biglietteria: tel. 02.0066.0606 – biglietteria@elfo.org – whatsapp 333.20.49021
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