Pupo di zucchero, al Teatro Studio Melatofino al 23 aprile, è un gioiellino. La riscrittura drammaturgica del testo, come la regia e i costumi sono tutti firmati da Emma Dante, la regista palermitana classe 1967 madre di un teatro che non lascia sconti o mezzi termini. Di volta in volta può piacere o menola presa di posizione esplicita dell’artista, di certo è difficile che si esca da un suo spettacolo senza un’impressione, se non un parere, chiaro.
Per Pupo di zucchero è un’ora che vola, persi nella bolla della fantasia. Lo spettacolo, produzione Sud Costa Occidentale in coproduzione con Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Châteauvallon-Liberté scène nationale, ExtraPôle Provence-Alpes-Côte d’Azur, Teatro Biondo di Palermo, La Criée – Théâtre National de Marseille, Festival d’Avignon, anthéa antipolis théâtre d’Antibes, Carnezzeria, è liberamente ispirato ad una fiaba delle 50 che costituiscono Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille, un sorta di Decameron di Boccaccio scritto da Giambattista Basile in lingua napoletana nel XVII secolo (anche a storia di Cenerentola è ispirata a questa raccolta di fiabe, il titolo originale è La gatta Cenerentola).
La scena è vuota, come a lasciare tutto lo spazio ai sogni, che non hanno bisogno di un ambiente in cui nascere: in mezzo alla scena un vecchio (Carmine Maringola) “ ’nzenziglio e spetacchiato” (raggrinzito e spelacchiato”) impasta una grossa palla di farina acqua e zucchero: sono gli ingredienti del “Pupo di zucchero”, il dolce tipico che, nella tradizione meridionale, i vivi offrono ai defunti che sono venuti a trovare coloro che sono rimasti. A partire da questo ambiente essenziale e mistico poco alla volta compaiono elementi che aiutano ad abbandonarsi alla profondità e alla simbologia che in ogni frammento di questo spettacolo viene espressa. La casa di riempie di ricordi (o di spiriti): le tre sorelle Rosa, Primula e Viola (Nancy Trabona, Federica Greco, Maria Sgro), tutte vestite di nero che si muovono danzando sulla scena. Poi una signora anziana, mammina, la madre delle ragazze, “una vecchia dal core tremmolante” (Stephanie Taillandier), e il giovane padre (Giuseppe Lino). Poi c’è Pedro (Sandro Maria Campagna), che si strugge d’amore per Viola; lo zio Antonio (Valter Zarzi Sartori) e zia Rita (Martina Caracappa) “che s’abboffavano ’e mazzate”; e Pasqualino il figlio adottivo.
Pupo di zucchero, credit @IvanNocera
Ma non c’è veramente bisogno di conoscere i nomi delle figure che compongono la scena o con quale legame siano collegati alla famiglia: una volta che si dà il via alla comparsa di questi protagonisti, più anime che personaggi, lo spettacolo si trasforma come in un balletto magico. Appaiono, spariscono, gesticolano, in una drammaturgia in cui la lingua è soltanto un elemento, elegante e indecifrabile come puro significato di parole. Diventa una nota che si aggiunge a questo quadro animato, in cui gli attori con ammirevole precisione diventano come spiriti, che cadono a terra e si rialzano in una danza che appare allo stesso tempo come un inno alla vita e alla morte.
Nel frattempo il “Pupo di zucchero” è pronto, e viene mostrato in un finale che lascia col fiato sospeso: negli ultimi quadri ogni personaggio compare con un manichino (sculture di Cesare Inzerillo), che ricorda inesorabilmente quelli di TadeuszKantor ne “La Classe morta”, del resto l’artista polacco è uno dei riferimenti della Dante. E di fatto il senso è più o meno lo stesso: l’essere vivente è simboleggiato dalla sua copia defunta, che si porta in braccio. Mentre il “Pupo di zucchero”, inanimato, è ciò che i vivi hanno realizzato e che si pone in dialogo con defunti, presenti in carne e ossa tra noi in scena.
Pupo di Zucchero, credit @IvanNocera
Info.
Piccolo Teatro Studio Melato (via Rovello, 2 – M2 Lanza)
Durata: 60 minuti senza intervallo
Orari: martedì, giovedì e sabato, ore 19.30; mercoledì e venerdì, ore 20.30; domenica, ore 16. Lunedì riposo.
Prezzi: platea 33 euro, balconata 26 euro
Informazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org
Consigli per prima o dopo lo spettacolo
Andry Restaurant
Andry sta per Andrea, che è il figlio di di Ivano. E che è anche il nome del loro ristorante, in via Rovello 10 a pochi passi dal Piccolo Teatro Grassi. Un locale intimo, non troppo grande: due sale, atmosfera silenziosa e tranquilla. Ivano, Andrea e Luciano, abile e esperto cameriere le gestiscono coordinandosi tra i vari clienti che entrano si accomodano, stranieri e italiani. Cucina di pesce prevalentemente, di ottima qualità, ma in menù si trovano anche piatti classici della cucina italiana (primi e secondi anche di carne). “Alla sera -racconta Ivano-, verso le 22.30-23, venivano spesso dalla redazione del Giornale, che era in via Negri, ancora quando ero in Conni Zugna”. Sì, perchè, di origine calabrese, fin dalla fine degli anni Settanta la famiglia di Ivano si trasferisce da Vibo a Milano e per gestire ristoranti. “Ne ho avuti anche quattro contemporaneamente”. Erano ristoratori già in Calabria, “ho iniziato nel ’92 aiutando nel ristorante di famiglia, facevo le pizze”. Esperienza è la parola guida per tutto ciò che si trova oggi da “Andry”: l’ambiente elegante, ma non pomposo o esagerato. Il personale competente e non troppo invadente. La materia prima di ottima qualità e le ricette soddisfacenti le migliori aspettative. I prezzi: alti ma, per essere a due passi dal Duomo e mangiare pesce, perfettamente onesti. Noi abbiamo assaggiato un antipasto di pesce crudo, un frittino di totanetti spillo e baccalà, spigola ai ferri con patate al forno e un’orata con un’insalata di carciofi. Un bicchiere di vermentino sardo, due sorbetti al limone e un caffè (120 euro in tutto, più prosecchi offerti dalla casa).
Indirizzo: via Rovello 10 Telefono: 0286462709 Website: https://ristoranteandry.com/ E-mail: andryrestaurant@gmail.com
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