Una Biennale che invita al silenzio e alla riflessione. Non tutti gli artisti sono all'altezza, anzi: solo poche eccezioni

Marta Calcagno Baldini

Oltre il sipario

Koyo Kouoh è la curatrice della 61° Esposizione Internazionale d’Arte, ancora visitabile fino al 22 novembre, dal 9 maggio: ha inaugurato un giorno prima della morte della critica d’arte camerunese naturalizzata svizzera (Douala, 24 dicembre 1967 – Basilea, 10 maggio 2025). Una Biennale un po’ sottotono, e non solo per il lutto improvviso (anche se la Kouoh era malata da tempo): la prima donna africana a ricoprire l’incarico di curatrice ha realizzato una Esposizione dedicata “a chi genera bellezza nonostante la tragedia”, ha detto.

E di tragedie, in questo periodo storico, il mondo è pieno. Quasi a fronteggiarle arriva la proposta di In minor keys, “in chiave minore”, ovvero l’Esposizione della Kouoh: vorrebbe portarci a guardare il piccolo, a partire dall’umiltà, ad ammirare la bellezza del quotidiano.

“Una mostra che invita ad ascoltare i segnali persistenti della terra e della vita -spiega la curatrice-, in connessione con le frequenze dell’anima”.

Come reagiscono gli artisti di tutto il Mondo davanti a questa lezione di umiltà? In generale, male. Complicato per un artista essere dimesso. O almeno, complicato per chi non ha già elaborato un suo linguaggio in una lunga ricerca temporale e poetica. La Kouoh chiede una sintesi, una maturità, una capacità di elaborazione. E nn tutti sanno renderla.

In questa Biennale, quindi, si verifica una palese scissione: tra artisti che hanno un’idea e altri, la maggior parte, che non ce l’ha. Si omologano. Sia nell’Esposizione Internazionale alle Corderie in Arsenale che nel Padiglione Centrale dei Giardini il tono della maggior parte degli intervenuti è davvero sottomesso. Quadri enormi (come se la dimensione e la spettacolarità fossero un indice di impegno), tappeti, arazzi. Decine e decine di filmati, quasi a confondere la Biennale d’Arte con quella del Cinema, nel tentativo paradossale di esprimere significati ancestrali.

Come l’ulivo di Theo Eshetu, che non è un film, ma racchiude la massima rappresentazione della prevedibilità del messaggio con cui molti artisti hanno erroneamente interpretato questa Biennnale: la vita per Eshetu è per molti brutale. Cosa fa? Sradica un ulivo e lo espone in Biennale, nelle Corderie dell’Arsenale.

A più di un artista, uomini o donne, viene in mente di rappresentare il concetto di generare bellezza nonostante la tragedia con la creazione di statuette tutte simili distese su un tappetino, nella speranza che la moltitudine sia sufficiente a rendere lo spirito madre che genera il tutto (Celia Vasquez Yui, Vera Tamari, Sammy Baloji). Tra i numerosi arazzi, sia nel Padiglione Centrale che in Arsenale, o tappeti, come quello di Carolina Caycedo, Sezeni Marasela, Georgina Maxim, Thania  Petersen e altri, o i pseudo altarini o paramenti da cerimonia (l’opera di Big Chied Demon, Usa, il Padiglione Italia con le statue -e statuette- a cura di Cecilia Canziani), questa Biennale sembra un grande, omologato, Bazar diviso in due sedi, tra Arsenale e Giardini.  

credit @MartaCalcagnoBaldini
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Ci sono però delle distinzioni, per cui vale la pena di andare a visitare l’intera Esposizione: l’installazione di Laurie Anderson, che riprende visivamente e sonoramente ciò che si è visto all’Umbria Jazz a Perugia e a Milano in Triennale (ne abbiamo parlato qui https://milanoateatro.it/festival/artisti-americani-e-brasiliani-arrivano-allumbria-jazz-per-portare-la-loro-musica-e-i-loro-messaggi-di-pace-e-vicinanza/, e qui https://milanoateatro.it/riflessioni-dalla-platea/de-gregori-e-laurie-anderson-scelgono-lout-off-e-la-triennale-per-presentare-i-propri-nuovi-album-in-italia/).

credit @MartaCalcagnoBaldini
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Il Padiglione Polacco, che nell’installazione audio video di Bogna Burska e Daniel Kotowski crea un’opera video elegante e significativa. Il Padiglione Serbo, che nell’installazione di Pedrag Djakovic, interroga la memoria del XX secolo non come narrazione storica, ma come indagine sulla sopravvivenza tra le rovine: pareti di valigie, altre di foto di bambini e famiglie in bianco e nero, come pre rappresentare la vita che è sì partita, ma di cui poi si sono perse le tracce.

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Quello giapponese, che riflette sulla scarsa natalità e trasforma il concetto di genitorialità in un fatto di tutti. L’artista, Ei Arakawa-Nash, è un genitore queer: ha trasformato l’esperienza della natalità in un fenomeno condiviso. Tutti i visitatori possono arrivare nel Padiglione, prendere in braccio un neonato bambola finto ma realizzato nello stesso peso di uno vero (sono 200) e cambiarlo, tenerlo, girare come se fosse il proprio figlio. Un modo diretto, ma efficace di interpretare il tema della curatrice.

Altra artista che ha saputo restare nella memoria è Leonilda Gonzales, uruguayana: nata negli anni ’20, usa la stampa come mezzo per influire in un cambiamento sociale. Novias Revolucionarias (1968) è una xilografia su scarta in cui l’artista ritrae delle spose arrabbiate, costrette da un sistema che le vuole imprigionare nel matrimonio.

credit @MartaCalcagnoBaldini
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Oltre alla piccolissima mostra di Marchel Duchamp in Arsenale, meravigliosa scoperta (vale tutta la Biennale) è stata la mostra dedicata a Tadeusz Kantor e Maria Jarema alle Procuratie Vecchie in piazza san Marco (civico 139-153/A): organizzata con la Cricoteka, riesce in poche sale a restituire la poetica dell’arte e del teatro dell’artista polacco di Wielopole (che si forma come pittore a Cracovia, ma è artefice di un linguaggio in cui il disegno prende una forma tridimensionale e diventa teatro, il Teatro della Morte) e a metterlo in relazione con quello di Maria Jarema, pittrice e scultrice che disegnò per le prime perfomance di Kantor, l’unica persona al mondo di cui lui si fidava completamente.

Duchamp, credit @MartaCalcagnoBaldini
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Per informazioni: www.labiennale.org

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