Peter Stein racconta il suo Cechov e il suo modo di lavorare con gli attori: “Eppure il Piccolo non mi ha mai invitato”

Di Marta Calcagno Baldini

Categoria Interviste

Pubblicato Maggio 21, 2024

Peter Stein, credit @LePera
Peter Stein, credit @LePera

Sta per debuttare a Milano la nuova produzione di Tieffe Teatro per una nuova regia del berlinese che ha il suo luogo di lavoro in un borgo a San Pancrazio: idee e considerazioni di un tedesco che ha (dovuto) scegliere l'Italia

Questa mattina alla presentazione di Crisi di nervi. Tre atti unici di Anton Cechov, che sarà al Teatro Menotti dal 23 maggio al 9 giugno, Peter Stein (Berlino, 1937) era disponibile e aperto. Ben tre settimane in scena a Milano, cui seguirà una tournée. Anche Emilio Russo, direttore del teatro, parla della “grande umanità” di questo regista, che lavora in modo insolitamente, per oggi, vicino ai suoi attori.

In occasione di Crisi di nervi sono stati uniti e tradotti tre atti unici di Anton Cechov (1860-1904) in un lungo e attento lavoro svolto dallo stesso Stein con Carlo Bellamio, per una Prima milanese in una produzione Tieffe Teatro Milano e Teatro Biondo Palermo: ecco in scena Maddalena Crippa, Alessandro Sampaoli e Sergio Basile ne L’Orso, mentre Gianluigi Fogacci è l’unico interprete de I Danni del Tabacco e troviamo Alessandro Averone, Sergio Basile, Emilia Scatigno ne La Domanda di Matrimonio. A parte Basile, gli altri erano gli stessi interpreti de Il compleanno, di Harold Pinter sempre per la regia di Stein, spettacolo che è tornato in scena al Menotti nel novembre 2023 (Milanoateatro lo ha recensito qui: Un Compleanno di terrore al Menotti firmato Peter Stein – Milano a Teatro).

Un lavoro di circa 10 giorni di prove tutti insieme a San Pancrazio, borgo del VI-VII secolo a 13 km da Orte nella vasta piana compresa tra Amelia e Giove, che Peter Stein e Maddalena Crippa, coppia nella vita oltre che nel lavoro, hanno recuperato e valorizzato nel 1999. E altri 10 giorni di lavoro a Milano: “per tre atti unici si impiega meno tempo del solito -specifica Stein- In media si prova per due o tre mesi, lavoriamo solo con le luci del giorno: è un campo di concentramento”, ironizza Stein. Un momento di vita diverso: “là c’è un tempo che consente di sciogliersi-dice Carlo Bellamio-, di vivere insieme: è un’occasione per sperimentare una nuova vita. Il mio timore era di tenere insieme il gruppo dato che non sono presenti sempre insieme in scena, hanno le proprie parti e momenti diversi. Invece notavo che restavano tutti sempre, una vera comunità”. La realtà del borgo avvicina: “si crea una dimensione temporale diversa -aggiunge la Crippa-. Consente all’essere umano di sciolgliersi, di unirsi, di formare una comunità”.

Cechov racconta l’uomo tirannizzato dalla donna– dice Stein, svelando anche la sua lettura dell’autore russo-: matrimoni che spesso non avvengono per scelta, sono obblighi sociali. In questo Cechov è completamente attuale. Ma– e continua, mettendo in luce una sua novità nella resa del drammaturgo- si ride molto“. Si ride e ci si commuove nello stesso tempo: “Cechov con Kostantin Stanislavskij hanno inventato il sottotesto: e gli attori bravi sono capaci di esprimere diversi livelli di linguaggio con le stesse parole: enunciare un concetto, ma intenderne uno opposto”.

Tedesco, di Berlino, Germania dell’Ovest. Conosce anche il russo: com’è lavorare a Milano, con attori italiani e qual è la differenza con la Germania?

Gli italiani parlano italiano, i tedeschi parlano tedesco. Anzitutto. E poi come il teatro è nato e si è sviluppato in ciascun Paese influenza il modo di fare teatro oggi. Ad esempio: gli inglesi, che hanno reinventato il teatro per l’Europa, hanno creato un genere di spettacolo che è valido ancora oggi. Il teatro inglese non conosce la scenografia: è nato con Shakespeare. Mentre quello italiano è nato con la Commedia dell’Arte, ovvero un sottotesto. Una parola imporvivsata: è così anche oggi. Gli attori itaiani con la drammaturgia hanno anche oggi un rapporto così: più che il senso delle parole ne rasmettono la melodia. Ogni cultura, vale anche ad esempio per i francesi o russi, stranamente influenza il modo stesso di concepire l’attore e la recitazione. La differenza tra varie culture è un aspetto interessante del teatro: vado aldilà della pura performance.

Quindi per lei fare teatro in altre nazioni rispetto alla sua è una sua specifica ricerca poetica e di lavoro?

Mmh… questo non posso dirlo. La mia scelta d spostarmi in Italia è frutto di altri impulsi. Io devo sempre lasciare la mia Germania: sono rimasto 7 anni dopo la fine della Guerra ed era il caos. La distruzione che ha creato la generazione dei miei padri mi ha fatto odiare quella generazione proprio, e anche mio padre. E la Germania. E per questo la mia tendenza è sempre stata quella di allontanarmi.

Un certo astio per la Germania quindi?

Devo anche dire per la verità che io devo essere grato al mio Paese perché mi ha dato la possibilità di iniziare a lavorare. Così quando ho cominciato a fare teatro con inglesi, francesi, italiani e russi avevo paura di non essere all’altezza. Però ho nell’indole il fatto di riuscire a mettermi d’accordo con diverse culture teatrali.

In Italia pensa che Milano sia la città migliore per un attore in cui fare teatro?

Non posso dirlo. So soltanto che il Piccolo, non so come sia adesso, è stato lo stabile più importante della storia del teatro moderno in Italia. E anche per me devo dire che Giorgio Strehler è uno dei miei maestri. Sono molti. C’è anche Peter Brook, Roger Planchon, e chiaramente vari registi vecchi tedeschi. Però, tornando a Milano, non so sia la città migliore per un attore. So che il Piccolo non mi ha mai invitato.

Davvero?

Mai, mai, mai.

E’ un’offesa per lei?

Non hanno mai invitato neanche un mio spettacolo a parte Der Park, il testo dell’83 di Botho Strauss. No no, relazioni con il Piccolo io non ne ho. Sono stato un mese alla Scuola del Piccolo, ma non ho un’esperienza particolare di regia con lo stabile milanese. Così eccomi al Menotti, si è creato questo contatto e l’ho accettato. Ma ho sempre avuto problemi con gli stabili in Italia, mi hanno boicottato perché non è andato tutto liscio con Demoni a Torino: dopo un mese di prove hanno cancellato il progetto, e io l’ho continuato con i miei propri soldi. Ciò è accaduto perché mi sono trovato a dover parlare per decisioni sullo spettacolo con persone non all’altezza, non con artisti. E mi sono rifiutato di non esprimere la mia opinione. Evidentemente, però, la verità non si può dire.

Com’è nata la sua collaborazione col Menotti?

La scelta di lavorare con Emilio Russo è partita la prima volta con la tournée all’estero di Demoni. Ho fatto tutto io, pagando anche (ironizza n.d.r.). C’erano 27 attori, era uno spettacolo molto complicato e ha girato in tutta Europa fino in Sudamerica. Poi c’è stata una lunga pausa, non sono così presente nel teatro italiano. Ma la collaborazione è ripresa grazie a due attori con cui avevo lavorato a un Riccardo II di Shakespeare, Alverone e Fugacci. Loro due sono venuti da me e mi hanno detto: vogliamo fare con te un altro pezzo. È bello avere attori che ti danno l’impulso. Loro sono andati da Emilio a proporgli uno spettacolo, di Harold Pinter, Tradimenti: tre attori. Troppo pochi, non ci piaceva. Dobbiamo trovare uno spettacolo almeno per sei. Io vengo dal teatro in Germania: lì ci sono tanti attori, tutti vengono pagati bene, con tredicesima. E così la mia tendenza è sempre stata basata sull’esnsemble. Tanto che ho fondato negli anni ’70 il Teatro Collettivo, con una valenza sociale, di unione. Quindi quando loro mi hanno proposto di tornare a lavorare insieme per me è stato naturale. Abbiamo deciso per unire tre Atti unici di Checov.

Abbiamo parlato del suo studio così importante e vicino agli attori, alla lingua, al modo di recitare e di rendere il testo. Perché, secondo lei, oggi sta decadendo questo modo di recitare così attento allo studio e all’approfondimento? Per motivi economici?

No, non è solo questo. È che non tutti gli attori sono pronti al lavoro così intenso che faccio io. Dei lager di studio. Per 15 anni ho guidato un Teatro Collettivo, il mio, dove ciascuno aveva il suo ruolo anche per mandare avanti la compagnia. In Italia è difficile immaginare un progetto del genere: solo con Fogacci, come dicevo, ho lavorato la prima volta nel 1989 per il Tito Andronico, e dopo, a partire dal 2010, con Averone. Loro due sono stati anche il motore di realizzare poi molte messinscene. Vari Shakespeare, due Pinter: loro spingevano per lavorare con me. Io non sono dominante. Ma in Italia il mio è un modello di teatro poco frequentato.

Eppure veniamo dalla Commedia dell’Arte, dove erano intere famiglie di attori…

Sì, ma questa è un’altra cosa: la moglie fa questo, la zia fa quello… è un venirsi incontro più naturale. Noi eravamo in Berlino Ovest, ogni attore era indipendente e si univa solo per il progetto comune del lavoro e della ricerca. Il programma era di condividere tutte le scelte: casting, scene, costumi, regia. Si decideva per maggioranza e si voleva crescere insieme. Oggi gli attori italiani cosa devono fare quando vanno in tournée: continuamente organizzare dove mangiare, dove dormire dopo la replica e la prossima città. Noi a Berlino facevamo un teatro comune ma stavamo fissi, stabili, a fare ricerca. Come è tutto il teatro tedesco. La turnée non esiste.

Il lavoro a San Pancrazio è documentato?

No, io non scrivo: parlo. Comunico e mi sono sempre rifiutato di scrivere. Esiste il libro di Fogacci che è un’intervista a me, ma solo quello. Io non sono bravo a scrivere, sono bravo a chiacchierare. Parlano i testi che rappresento.

S’, ma un regista ha una sua visione…

No, io non ho visione. Le visioni sono pericolosissime: io mi baso sul testo che è controllabile da me, dagli attori, dai collaboratori. Il mio assistente lavora sulla traduzione. Per esempio Platone, l’inventore  della filosofia: lui ha detto che introducendo la scrittura nella filosofia è quasi la morte della filosofia. Bisogna dire, contraddire, avanzare. Essere peripatetici. Bisogna lavorare sul testo. Noi abbiamo lavorato per questi lavori su traduzioni dal russo, francese, italiano: ripetere la partirtura esatta della drammaturgia.

Come ha unito questi tre testi?

Li hanno scelti gli attori

Perché questo titolo?

Per unirli, e questi tre testi sono tutti uniti da questo tema.

DURATA: 90 minuti

INFO. Teatro Menotti, via Ciro Menotti 11, www.teatromenotti.org

ORARI SPETTACOLI: Dal martedì al sabato ore 20, Domenica ore 16.30, Lunedì riposo

PREZZI: Intero – 32.00 € + 2.00 € prevendita, Ridotto over 65/under 14 – 16.00 € + 1.50 € prevendita

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