Artisti americani e brasiliani arrivano all'Umbria Jazz per portare la loro musica e i loro messaggi, di pace e vicinanza

Marta Calcagno Baldini

Festival

Quando Milanoateatro ha partecipato alla serata con Laurie Anderson alla Triennale di Milano lo scorso 20 maggio (ne abbiamo parlato qui: De Gregori e Laurie Anderson scelgono l’Out Off e la Triennale per presentare i propri nuovi album in Italia – Milano a Teatro), si è trattata  di una versione in qualche modo ridotta, semplificata, di ciò che l’artista performer americana ha portato all’Umbria Jazz: martedì 7 luglio, alle 21, all’Arena Santa Giuliana c’era un pubblico misto, per paesi d’origine e età, ad ascoltare, vedere, riflettere su ciò che la performer americana con coraggio e determinazione ha proposto ai numerosi presenti.

In scena, in esclusiva per l’Umbria Jazz, anche con i Sexmob, jazz band storica della scena creativa newyorkese diventata un classico dell’avanguardia, la Anderson ha portato un lavoro che è stato un invito alla presa di coscienza di tutti sulla condizione attuale del Mondo. A partire dagli Stati Uniti di oggi, cui ha rivolto esplicite critiche: “se vivi in un contesto in cui non puoi pronunciare parole come giustizia, o genocidio, ecco se non puoi dire certe parole ti dimentichi il loro significato. E quindi il pensiero che sta dietro ad esse, e poi il sentimento che le spinge”. Tra brani precedenti, come Language is a virus, l’atmosfera era calda e pungente allo stesso tempo: “tutti gli aereoporti in questo periodo in Usa sono pieni di agenti Ice:  recentemente -ha detto sempre l’artista- stavo camminando verso il controllo sicurezza in JFK (il John Fitzgeral Kennedy International, quello di New York n.d.r.), e indossavo questo caldo cappello viola -continua mostrandolo al pubblico-, che ha realizzato una mia amica di NY. Li realizza enormi, poi li fa bollire tre volte e si ristringono in questa materia molto densa, quasi come il feltro. Ebbene- racconta sempre la Anderson-: ho applicato sopra una medaglietta di metallo, era del gruppo delle Harley Davinson cui faceva parte mio marito (Lou Reed, il cantante ora defunto, n.d.r). Stavo camminando nel controllo elettronico, indossavo anche una giacca di genere militare e occhiali da sole. Esco dal metaldetector e una guardia mi porge il saluto militare dicendomi: ‘grazie per il suo servizio’”. Seguono risate dal pubblico. “Ho pensato che mi stesse prendendo in giro. Poi mi sono detta: ma quale gruppo di militari dà ai suoi soldati un cappello di lana bollita? Comunque, mi sono chiesta se rispondergli semplicemente ‘prego’, dato che in qualche modo anche io ho fatto qualcosa a modo mio per la mia Nazione. Gli ho semplicemente rivolto un cenno della mano distratto, come a dire ‘grazie buon uomo, ora puoi andare’”.

Insomma, la satira, la critica al proprio Paese e alla società in generale non sono mancate, anche parlando in un -buon- italiano: per dimostrare che tutti sono coinvolti nel cercare di risolvere i grandi allarmi globali: inquinamento, guerre, povertà. La Anderson usa l’arte per parlare all’umanità: crede nell’attimo performativo come momento portatore di senso e significato. Il connubio tra parole, musica, movimento nel contesto in cui si trova devono risvegliare la coscienza nelle persone. La realtà di oggi è molto complessa e sempre più contrastata: la Anderson vorrebbe un mondo in cui l’amore e la giustizia fossero alla base della società civile e umana. E in cui non fossero solo il denaro e il possesso a determinare l’identità delle persone. La sua arte, tra musica, parole, suoni, vuole guidare il pubblico verso una forma di libertà condivisa, che abbia senso e valore non solo per il singolo. “What is justice and what is love?”, cosa  s’intende per giustizia e cosa per amore? L’amore non è una forza classificabile, dice l’artista, nel suo teatro di concetto, di empatia, di speranza.

Meno intimo e più politico rispetto a quello alla Triennale, il concerto di Perugia ha cercato comunque di smuovere le coscienze. La Anderson sta finendo il suo tour in Europa, che l’ha portata, dopo Perugia, in Portogallo, a Lisbona, in Olanda, a Heerlen, in Irlanda a Dublino e a Monaco di Baviera, in Germania.

Laurie Anderson, credit@umbriajazz
Laurie Anderson, credit@umbriajazz
King Fish, credit @UmbriaJazz
King Fish, credit @UmbriaJazz

Subito dopo il concerto introspettivo e profondo della Anderson, un’altra America ha varcato il palco dell’Umbria Jazz: Christone Kingfish Ingram, il cantante e chitarrista del Missisipi. Un bluesman giovane e che allo stesso tempo rappresenta pienamente il noto e amato stereotipo di chi è cresciuto nel gospel, per poi approdare alla “musica del diavolo”: improvvisazione con la sua chitarra è la parola d’ordine, in una serata in cui il suo suono ha scaldato l’atmosfera in modo totalmente diverso ma parimenti intenso di Laurie Anderson.

Gilberto Gil, credit @umbriajazz
Gilberto Gil, credit @umbriajazz

Se il jazz abbraccia davvero tutto il mondo, venerdì 10 luglio, ecco Gilberto Gil sul palco dell’Arena Santa Giuliana, imparagonabile chitarrista brasiliano che in una serata ha saputo incrociare le tradizioni del suo paese con le radici africane (che a Bahia sono profonde) e nuovi suoni rock, pop e reggae dall’altro. Nei suoi 84 anni ha saputo condurre un concerto di rara intensità, suonando inizialmente seduto, ma poi anche aprendosi al pubblico con ritmmi ancora più coinvolgenti, che hanno portato l’intera Arena a ballare e cantare insieme. Lo hanno preceduto in apertura e poi accompagnato musicalmente i Gilsons, il trio composto da Josè Gil, Francisco Gil e Joao Gil: il figlio, un, e una nipote. Certamente bravi, tanto che poi hanno accompagnato il padre e zio in concerto suonando vari strumenti, ma certamente non della stessa efficacia.

www.umbriajazz.com

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