Esasperandone l’aspetto Pop, Corrado D’Elia, al Teatro Leonardo da ieri al 19 febbraio, altro non fa che restituire la vera essenza de “La Locandiera”, la drammaturgia di Carlo Goldoni scritta nel 1753: se, infatti, per la commedia settecentesca l’opera sconvolse e fu ritenuta un capolavoro per l’indagine approfondita nell’animo femminile, per dipiù di una donna borghese e in quanto tale straordinariamente, per l’epoca, incastrata tra vita famigliare e lavorativa, oggi questa analisi non sortirebbe lo stesso effetto dirompente che ebbe allora. Infondo siamo tutte, chi più chi meno, donne che lavorano e che si districano tra vita sociale e famigliare.
Per restituire la stessa visione della donna, quindi, D’Elia supera la naturalezza e l’essenzialità ora storica che Goldoni richiedeva per il suo teatro e affida il testo originale (o quasi) a dei personaggi-maschera non più della società settecentesca, ma astratti, senza epoca: il Conte di Alba Fiorita, Daniele Ornatelli, e il Marchese di Forlimpopoli, Gianni Quilico, sono viste nella regia come due figure di contorno, quasi immobilizzate nel proprio status sociale. Ortensia, Tino Danesi, e Dejanira, Andrea Tibaldi, le due dame che arrivano alla Locanda di Mirandolina, Chiara Salvucci, a complicare una situazione già movimentata, sono per D’Elia due uomini travestiti, il che aumenta l’aspetto surreale della vicenda isolando la protagonista ulteriormente nel suo ruolo di unica a tenere le fila di un gruppo sempre più sbandato.
Credit @ClaudiaBianco
E proprio qui sta il messaggio che la Locandiera di D’Elia vuole trasmettere: qualsiasi epoca sia quella di riferimento, la figura della donna è quella che, con arguzia e sensualità, maggiormente è in grado di far funzionare gli ingranaggi di una complessa macchina. Che può essere quella di una locanda, come di qualsiasi altra attività: la Salvucci è un’efficace Mirandolina, decisa a rivendicare la propria autonomia e orgoglio a qualsiasi costo. Anche apparendo svenevole, soprattutto agli occhi del Cavaliere di Ripafatta, Corrado D’Elia, che inizialmente dice di odiare tutte le donne: tra favori e lusinghe Mirandolina saprà conquistarlo, per poi però sposarsi con Fabrizio, il cameriere che senza mancia non uscirebbe mai di scena, Marco Brambilla, quello a cui il padre di Mirandolina l’aveva già promessa sposa.
E, attenzione, questo non è certo uno spettacolo sul woman power, né di rivendicazione femminile: togliendo alla commedia ogni riferimento storico, quello che emerge è che la forza di persuasione tipica delle donne non è un diritto acquisito con la storia, anzi.
Teatro Leonardo, via Andrea Maria Ampere 1
ORARI: martedì-sabato ore 20.30 – domenica ore 16.30DURATA: 90 minuti
intero 25,00€ – convenzioni 20,00€, ridotto Arcobaleno (per chi porta in cassa un oggetto arcobaleno) 20,00€, Under 30 e Over 65 – 15,00€, scuole di teatro e Università 15,00€, ridotto bicicletta € 15,00, ridotto DVA 12,50€, scuole MTM, Paolo Grassi, Piccolo Teatro 10,00€, tagliando Esselunga di colore ROSSO, prevendita 1,80€
Consigli per prima o dopo lo spettacolo
Upcycle
Esterno del locale Upcycle, credit @MartaCalcagno
Sempre aperto. Questa la prima caratteristica. Non è solo un ristorante, l’Upcycle, in via Ampere 59. Di giorno, dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18, è uno spazio per leggere, lavorare, soprattutto per studiare. E poi è un bike-caffè, ovvero uno spazio dedicato agli appassionati di bicicletta. Qui ci si trova, si organizzano gite, riunioni di ciclisti: “a Milano non ce n’erano -racconta con gentilezza e sprint Annemieke, olandese, che arriva in Italia nel 2013 per amore, si sposa e qui si stabilisce. Nello stesso anno apre il locale, che porta avanti una filosofia-. E poi qui si fa “upcycling”, ovvero quel processo di conversione di materiale di scarto o prodotti apparentemente inservibili in nuovi materiali o prodotti di migliore qualità”. E allora si inizia a notare che il lungo tavolo in mezzo al locale è realizzato con vecchie assi da cantiere e tubi idraulici. In tutto il locale si trovano biciclette riconfigurate ad arredo. Lo stesso immobile era un garage, e lo si capisce dalla salita tipica in cemento che dalla strada porta nel locale, ora arredata con ruote di bici sul muro e con la presenza anche di tavoli sull’altro lato. In cucina i prodotti sono tutti freschi e di stagione, per un menù molto ampio perché copre tutti e tre i pasti. La sera e a pranzo si possono assaggiare quiche, zuppe e creme, baccalà, aringa e salmone. O arrosti e spezzatini, oltre all’originale hamburger Upcycle. Nel complesso è una cucina molto leggera, che passa dai mini piatti (tartare di pesce del giorno, 13 euro. Polpette vegane, 9 euo. Pollo in sala curry e cocco, 11 euro), a “I completi”, sorta di piatto unico (bowl di formaggio di capra, con couscous olive nere e mandorle tostate, 15 euro. O melanzana arrosto, 13 euro. O l’Upcycle Burgher, d fassona e ben condito, 16 euro, e latro). Il tutto è cucinato con prodotti di stagione, dalla colazione al brunch, dal pranzo alla cena. In qualunque momento della giornata si possono gustare caffè e the da accompagnare con biscotti e torte fatte in casa, bere vino, birra e pastis artigianale. L’acqua è alla spina, gratis, anche in modalità self sempre disponibile per chi è lì durante il giorno a studiare: “tranne nel weekend -conclude Annemieke-: sabato e domenica siamo aperti, ma lo spazio è dedicato allo svago”.
Indirizzo: via Ampère, 59 Telefono: 0283428268 Website: https://upcyclecafe.it/ E-mail: info@upcyclecafe.com
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