"Pizzeria Kamikaze" al Parenti: un mondo surreale che forse non tutti comprendono

Marta Calcagno Baldini

Recensioni

Alla prima (nazionale) di Pizzeria Kamikaze, il 17 ottobre al Teatro Franco Parenti dove rimane fino al 5 novembre, la sala era piena. Un pubblico prevalentemente molto giovane, anche di attori e registi dell’ultima generazione. Perché lo spettacolo, inserito all’interno del Festival internazionale Dalla tradizione ebraica all’energia di Tel Aviv (16 ottobre – 20 dicembre 2023), è stato adattato al teatro da Francesco Brandi, classe 1982, attore e drammaturgo di una forza espressiva notevole dietro l’apparente distanza e l’ironico cinismo con cui si presenta, sul palco e non. Ha lavorato, come attore, di cinema, tv e teatro, con Nanni Moretti, Pupi Avati, Andree Ruth Shammah e suo figlio, Raphael Tobia Vogel. E poi Ettore Scola, Leonardo Pieraccioni, Paolo Virzì, e si potrebbe proseguire. È anche autore proficuo (da Avevamo tutti le Converse del 2013 a Per strada del 2016 fino a Mutuo soccorso del 2021 per citarne alcuni). In Pizzeria Kamikaze Brandi è anche in scena come attore protagonista del testo di Etgar Keret, proficuo giovane autore israeliano che ritrae situazioni surreali inserite nel contesto sociale della sua nazione, ma anche esportabili in nome dell’ironia e la freschezza che le contraddistingue.

Nonostante la capacità di Brandi e l’interesse per questa peculiare drammaturgia, però, lo spettacolo non convince pienamente. Si avverte che il lavoro ha un potenziale artistico molto alto, che prescinde dalla trama e riporta l’azione in un mondo surreale e poetico per trasmettere significati profondi. Eppure questa percezione non incontra le aspettative: surreale diventa solo sinonimo di fantasioso.

La storia è quella del giovane Haim che trova lavoro nella Pizzeria Kamikaze, appunto, due giorni dopo essersi suicidato. Siamo in una sorta di mondo parallelo, popolato da persone che si sono uccise. Mondo parallelo in ogni senso, dato che, pur essendo tutti i protagonisti morti, possono condurre una sorta di esistenza uguale a quella sulla terra. E così sono interessati solo a rimorchiare ragazze, bere una marea di birre e fumare canne. Pizzeria Kamikaze è il primo di una serie di racconti Keret e dà il titolo alla raccolta, da cui è stata tratta già anche la black comedy “indie” Wristcutters: A Love Story di Goran Dukic (2007), film cult premiato al Sundance Festival. “Io ho conosciuto Keret quasi 15 anni fa- dice Brandi a Milanoateatro-, e nel tempo ho letto tutto di lui: ha sempre un modo paradossale di affrontare la realtà. Come in questo caso: parte dalla morte, ma per approfondire aspetti molto vari dell’esistenza. O nel libro Sette anni di felicità, in cui Keret racconta della nascita di suo figlio, che nasce subito dopo un attentato a Telaviv: lui si trova in ospedale per un motivo felice, ma è circondato da gente ferita e sofferente”.

L’idea che lo spettacolo possa non convincere pienamente non può dipendere dal fatto che non si voglia parlare di un paese in guerra come è oggi Israele. La poesia di questo testo è decontestualizzata: parla di tutta l’umanità, il racconto e la drammaturgia che Brandi ne ha ricavato sono un’occasione per indagare concetti come la vita, la morte, l’amore, la fragilità, la libertà, la famiglia. Il problema dell’insoddisfazione che lascia questo spettacolo è molto più pratico, semplice, e si spera che nelle prossime repliche si possa recuperare: non c’è una regia critica, seppur esista un regista, Mario De Masi, e gli altri due attori, Antonio Stoccuto e Giulia Pica, hanno un livello interpretativo che non esce dalla recitazione del loro copione a memoria.

La sottile trama che guida lo spettacolo è che i tre devono trovare “i responsabili” di quello strano limbo perché il personaggio interpretato dalla Pica non ritiene giunto il suo momento di morire e vuole chiedere loro di poter tornare sulla Terra. Ecco che decidono di mettersi in marcia per cercarli, e, nel percorso, accadono loro varie prove. Passi per gli escamotage utilizzati per aumentare il clima surreale della vicenda, come il lungo bastone con cui gli attori devono giocare per tutto lo spettacolo come se fosse la loro auto, o il gioco delle apparizioni (gli attori si trovano in due sul palco quando sembrava ce ne fosse uno solo). Ma non possono essere quelli l’unico livello usato per spiegare l’astrazione del testo dalla realtà. Un lavoro del genere dovrebbe essere in grado di portare il pubblico al di sopra di ogni questione concreta per riflettere sui grandi problemi dell’Umanità: la vita, la morte, i rapporti interpersonali famigliari e il desiderio di lottare per cercare di migliorare la propria esistenza o meno. Invece, purtroppo, a parte Brandi, che è compreso nel ruolo dello spettacolo che ha scelto di proporre, gli altri attori paiono giocare con la propria parte senza essere consapevoli dei valori e i significati che potrebbero esprimere. E’ uno spettacolo che usa l’ironia, ma per arrivare ad altro. E questo si avverte, ma in scena non si riesce a vedere.

DURATA: 1 ora e 10 minuti

INFO: via Pier Lombardo 14, 02-59995206, biglietteria@teatrofrancoparenti.it, www.teatrofrancoparenti.it

Orari. Martedì Ottobre – 20:30; mercoledì 18 Ottobre – 19:15; giovedì 19 Ottobre – 21:00; venerdì 20 Ottobre – 19:15; sabato 21 Ottobre – 19:15; domenica 22 Ottobre – 15:45; martedì 24 Ottobre – 20:30; mercoledì 25 Ottobre – 19:15; giovedì 26 Ottobre – 21:00; venerdì 27 Ottobre – 19:15; sabato 28 Ottobre – 19:15; domenica 29 Ottobre – 15:45; martedì 31 Ottobre – 20:30; giovedì 2 Novembre – 21:00; venerdì 3 Novembre – 19:15; sabato 4 Novembre – 19:15; domenica 5 Novembre – 15:45

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