Il lavoro con gli attori, l'uso di una lingua diversa dalla sua, la creatività del dubbio: Tiago Rodigues e la sua (ma non solo) rivoluzione della regia
Spettacolo destrutturato, Coro degli amanti, da ieri, 29 settembre, al 18 ottobre al Piccolo Teatro Grassi. Destrutturato, ma coerente. Tiago Rodrigues, portoghese classe 1977, è il regista di questa piece composta di 4 scene di diversa lunghezza, scritta in vari anni dal 2006 ad oggi: Rodrigues è una mente multiforme, che interpreta il ruolo del regista come “diversificato, multiplo, come lo è la pratica del teatro”. Direttore del Festival di Avignone, in Francia, dal 2021, sembra totalmente libero da legami pregiudizi culturali legati a stereotipi di genere o di provenienza sociale e culturale. Ciò che gli interessa è la ricerca: sulle persone, le relazioni umane, i costumi. E anche nella pratica teatrale: destruttura il ruolo del regista, lasciando grande spazio creativo agli attori: “io sono un regista molto poco direttore -dice in conferenza stampa al Piccolo Teatro alla presentazione del suo spettacolo in risposta a una domanda specifica di Milanoateatro appunto sul ruolo del regista oggi-. Cerco il dialogo, pongo delle domande: molto difficilmente dico a un attore ‘devi fare così’. Il regista oggi secondo me ha perso un po’ la sua sacralità. C’è stato bisogno di queste figure, con una visione. E ancora oggi esiste il regista così inteso, sia chiaro. Ma, come ruolo guru-centrale, presenta delle criticità: per me in questi tempi il regista è semmai un ruolo diversificato, multiplo, come lo è la pratica del teatro. Un lavoro collettivo”.
Un concetto importante, e non solo perché perfettamente condivisibile. È un’idea fondamentale da tenere in considerazione prima di avvicinarsi al Coro degli amanti: Isabella Ragonese e Francesco Alberici sono i due attori protagonisti in scena. Italiani. Che hanno lavorato con Rodrigues, portoghese, che parla un francese perfetto e ama la nostra lingua, anche se ancora non la conosce. Un ostacolo? Non per il regista portoghese, che preferisce lavorare con attori diversi dalla sua cultura di provenienza. Il fatto di non conoscere la loro lingua, per lui è un vantaggio: “il fatto che gli attori abbiano il loro modo di intendere una scena per me è importante: non c’è un mio immaginario da mettere in scena: io pongo delle domande e mi interessa condividere le risposte, creare un immaginario di lavoro. Io faccio teatro per immaginare con altri e insieme a loro trovare delle risposte. Io organizzo il lavoro perché queste idee vengano fuori”.
Isabella Ragonese e Francesco Alberici ne Il coro degli amanti, credit @MasiarPasquali
Un modo moderno non solo di affrontare il ruolo della regia, la sua naturale evoluzione oggi, ma anche un approccio aperto per studiare temi adesso attuali. Infatti ne Il coro degli amanti la Ragonese e Alberici sono l’essenza di due quarantenni di oggi: insicuri, desiderosi di provare sentimenti, incapaci di capirsi, guidati da modelli di vita che non sono più attuali e andrebbero interpretati per essere davvero possibili. Tutta l’instabilità linguistica che cerca Rodrigues tra attore e regista aiuta i due interpreti a entrare nella grande madre che tiene insieme tutto lo spettacolo. Incomunicabilità. Eppure i due protagonisti si amano, e non si lasciano fino alla fine. Le quattro scene che compongono lo spettacolo (scritte nel 2006, una nel 2007 e nel 2020, in momenti molto diversi nella carriera del regista drammaturgo) simboleggiano altrettanti momenti di vita della coppia e dell’amore tra uomo e donna.
S’inizia con una corsa in ospedale per un attacco d’asma di lei, poi si attraversano tappe del loro amore (nascita di una bambina, covid, fino alla pensione, il cambio di casa, la scelta di andare a vivere in una foresta, fino alla fine): “abbiamo tempo” è la frase che per tutta la durata del loro rapporto i due si ripetono. Eppure la prima caratteristica che trasmettono è l’assenza di certezze e la sensazione di non sapere da che arte cominciare. Per uno spettacolo che non ha quasi bisogno di scenografia né di costumi (i due protagonisti sono vestiti con abiti da tutti i giorni) perché ciò che fa è scavare nell’anima dei personaggi e restituirli nudi davanti alle loro vite, destrutturate, e incertezze, sempre presenti, in cui tutto il pubblico si può rispecchiare.
Informazioni
Durata: 1 ora senza intervallo
Indirizzo: Piccolo Teatro Grassi, via Rovello 2, 20121, Milano
Situato nel Chiostro Nina Vinchi del Piccolo Teatro in via Rovello, è più di un locale di ristorazione: è infatti assorbito pienamente dalla vita (e gli orari) del teatro. Dal servizio di buffet quando si svolgono le conferenze stampa di mattina in settimana, alle cene dopoteatreo (su prenotazione), passando per gli aperitivi per il pubblico come per avventori esclusivamente lì per respirare l’atmosfera. Insomma, il Piccolo Cafè&Restaurant Milano è quasi un palcoscenico già lui stesso: tavolini nel chiostro e dentro, dietro alle vetrate che lo circondano, per offrire piatti semplici a prezzi ragionevoli (abbiamo provato un risotto zola e noci, biscotti e due bicchieri di vino rosso a 27 euro). Certo, non aspettatevi piatti dal sapore indimenticabile: aperto tutto il giorno, si tratta di una cucina non troppo saporita e veloce, realizzata più per offrire un servizio e permettere di passare momenti di relax durante il giorno e prima o dopo lo spettacolo. Oraari: lunedì, 11.30-20. Martedì-sabato: 11.30-23. Domenica: 11.30-20
Andry sta per Andrea, che è il figlio di di Ivano. E che è anche il nome del loro ristorante, in via Rovello 10 a pochi passi dal Piccolo Teatro Grassi. Un locale intimo, non troppo grande: due sale, atmosfera silenziosa e tranquilla. Ivano, Andrea e Luciano, abile e esperto cameriere le gestiscono coordinandosi tra i vari clienti che entrano si accomodano, stranieri e italiani. Cucina di pesce prevalentemente, di ottima qualità, ma in menù si trovano anche piatti classici della cucina italiana (primi e secondi anche di carne). “Alla sera -racconta Ivano-, verso le 22.30-23, venivano spesso dalla redazione del Giornale, che era in via Negri, ancora quando ero in Conni Zugna”. Sì, perchè, di origine calabrese, fin dalla fine degli anni Settanta la famiglia di Ivano si trasferisce da Vibo a Milano e per gestire ristoranti. “Ne ho avuti anche quattro contemporaneamente”. Erano ristoratori già in Calabria, “ho iniziato nel ’92 aiutando nel ristorante di famiglia, facevo le pizze”. Esperienza è la parola guida per tutto ciò che si trova oggi da “Andry”: l’ambiente elegante, ma non pomposo o esagerato. Il personale competente e non troppo invadente. La materia prima di ottima qualità e le ricette soddisfacenti le migliori aspettative. I prezzi: alti ma, per essere a due passi dal Duomo e mangiare pesce, perfettamente onesti. Noi abbiamo assaggiato un antipasto di pesce crudo, un frittino di totanetti spillo e baccalà, spigola ai ferri con patate al forno e un’orata con un’insalata di carciofi. Un bicchiere di vermentino sardo, due sorbetti al limone e un caffè (120 euro in tutto, più prosecchi offerti dalla casa).
Indirizzo: via Rovello 10 Telefono: 0286462709 Website: https://ristoranteandry.com/ E-mail: andryrestaurant@gmail.com
Real One
Milano può sorprendere: uscendo dal Piccolo Teatro Grassi, via Rovello, a pochi metri da Via Dante, pieno centro, decido di provare finalmente uno dei ristoranti della stessa strada del Teatro. Devo essere sincera: non mi ci ero mai mai addentrata perchè intimorita dall’idea del prezzo. E il Real One, al 3 di via Rovello, il primo che ho scelto di provare, da fuori è elegante: ampie vetrate, ampi e tavoli ben distanziati, luce soffusa. Scopro che è indiano, “quello vero, The RealOne, per questo si chiama così”, mi dice subito il giovane proprietario. Col fratello sono arrivati in Italia dal Panjab, al Nord dell’India, e hanno comprato un appezzamento di 90 ettari vicino alla zona di Pordenone. Coltivano ortaggi: 7 mesi fa si sono decisi ad aprire un ristorante indiano, vicino al Duomo. “Siamo aperti 7 giorni su 7, dalle 11 alle 23 -risponde il fratello maggiore-. Prima di aprire ho lavorato al Mandarin e al Bulgari: i ristoranti indiani a Milano sono spesso gestiti in maniera generica, io invece voglio essere autentico nel portare qui la mia tradizione”. La clientela è per la maggior parte indiana, buon segno. L’arredamento è nel complesso elegante, ma non manca di piccole imperfezioni che lo rendono più simpatico e autentico. Ho provato un antipasto indiano, riso al cocco, una crema di melanzane affumicata e lenticchie gialle in salsa piccante e cumino, due bicchieri di vino per 69 euro. Da tornare.
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Marta Calcagno Baldini
Oltre il sipario // 26 Agosto 2026
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