Certo, la grande vetrata che si specchia sul lago e che occupa tutta la lunga parete del salotto dovrebbe dare un senso di libertà. Invece, è il contrario. Al Piccolo Teatro StudioMelato ha debuttato lo scorso 27 gennaio, fino al 25 febbraio, Come tremano le cose riflesse nell’acqua, ovvero la versione del Gabbiano di Anton Checov (1869-1904) riletta con gli occhi di Liv Ferracchiati, Todi, 1985. Il giovane regista, diplomato alla Paolo Grassi, sfugge egli per primo alle identificazioni di genere e porta un nuovo ordine di priorità nella categorizzazione degli esseri umani. Non è inutile sottolinearlo in uno spettacolo in cui tutti i protagonisti si sentono limitati nelle maglie in cui la società li stringe: il principale artefice dell’efficacia con cui arriva al pubblico il lungo lavoro che questa nuova produzione del Piccolo Teatro ha comportato con ogni attore, infatti, è lui, restando così nell’impronta del teatro di regia di cui Giorgio Strehler è stato uno dei principali esponenti e di cui il Piccolo porta avanti la concezione di spettacolo.
Il teatro di Checov è un’indagine nell’animo dei personaggi e un coglierli quanto più da vicino proprio mentre sono intrappolati nelle prigioni che loro stessi si sono creati restando nelle convenzioni in cui automaticamente la società li inserisce: niente poteva essere più vicino alla sensibilità di Ferracchiati, che dimostra con questo lavoro di saper restituire, attraverso i suoi attori, il dolore e la fatica sempre necessari per non cedere al ruolo che gli Altri desidererebbero assegnare. Davanti a questa inevitabile condizione umana, ciascuno reagisce in modo diverso.
Laura Marinoni e Giovanni Cannata, credit @masiarpasquali
E così lo spettacolo, magistralmente recitato, si propone come un dialogo autonomo tra ogni individuo con se stesso: pur restando in scena quasi sempre in gruppo, nel grande salotto-cucina che dà sul lago, ogni personaggio sa guardare solo alla sua solitudine interiore. In particolare Giovanni Cannata, il figlio (ovvero Kostantin: Ferracchiati non ha voluto usare i nomi propri dei personaggi previsti da Checov per concentrare l’attenzione sul ruolo che svolgono), è un ragazzo schiacciato dalla presenza della madre, Arkadina, Laura Marinoni, che era una grande attrice. Lei non lo capisce, o forse non vuole capirlo: il figlio vuole essere uno scrittore, lei tende a sminuirne ogni prestazione. Nel loro rapporto d’amore e odio c’è tutta la volontà di lei nel non voler far emergere lui, e la difficoltà di lui nel volersi staccare anche nella velata consapevolezza che la ferirebbe. “L’immagine essenziale di questo lavoro – spiega Ferracchiati – si delinea a partire dal concetto del lago. Un lago-placenta da cui è difficile staccarsi, perché separarsi dall’origine significa esistere con le proprie forze, senza mutuare ragioni negli sguardi altrui. Significa partorirsi, rinunciare al concetto di madre e allo statuto di figlio”.
Petra Valentini e Giovanni Cannata, ®MasiarPasquali
L’unica che sembra libera è Nina, Petra Valentini, la sola infatti che ha un nome proprio in scena anche per Ferracchiati: attrice anche lei, è la fidanzata di Kostantin. Ma vive male il clima soffocante che si respira nel salotto davanti alla grande vetrata, in cui tutti (Sorin, lo zio, interpretato da Nicola Pannelli, Trigorin, il Romanziare, Roberto Latini, Masa, la vicina, Camilla Semino Favro, Dorn, il dottore, Marco Quaglia, Medvedenko, il maestro, Cristian Zandonella), tutti vivono insoddisfatti della propria vita quanto non sono disposti a cambiarla. Davanti a questo immobilismo Nina si uccide, o si è fatta uccidere, come il Gabbiano che Kostantin ha ammazzato in giardino.
Per uno spettacolo che, anche nell’efficacia della scena e dei costumi, di Giuseppe Stellato e Gianluca Sbicca, riesce rendere con profondità la difficoltà di affrontare l’esterno, sfondare il vetro per paura: più sicuro restare rifugiati in una stanza, ciascuno con le proprie vite, cercando soprattutto di ostacolare chi invece cerca di avere il coraggio di staccarsi e partire. Un dramma sulla vecchiaia, intesa come status non di saggezza ma di precarietà e sospetto, timore verso la libertà e tutte le sue ampie e varie forme.
PICCOLO TEATRO STUDIO MELATO, via Rivoli 6, Milano
DURATA: 140 minuti senza intervallo
ORARI. Martedì, giovedì e sabato, ore 19.30. Mercoledì e venerdì, ore 20.30. Domenica, ore 16. Lunedì, riposo.
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