“Che tipo di uso ha il Gerolamo in questo momento? È più teatro o più museo?”. Siamo in piazza Beccaria, a due passi dal Duomo, appena fuori dalla “Piccola Scala”, così era chiamato il teatro che ha riaperto nel 2017 dopo 33 anni di chiusura, con i suoi due ordini di palchi, un loggione e una platea per un totale di 600 posti.
Interno del Teatro Gerolamo, credit@BartHerreman
Lo abbiamo chiesto questa mattina a Massimiliano Gioni, di Busto Arsizio classe 1973 e dal 2003 direttore artistico della Fondazione Nicola Trussardi di Milano. È lui infatti il curatore della mostra “Dramoletti” dell’artista Diego Marcon, compaesano classe 1985, da oggi al 30 giugno espone per la sua prima antologica nella Sala Centrale, in quella in cima alle scale, negli spazi delle gallerie e del loggione, come al piano inferiore del Gerolamo appunto: “bella domanda -dice come preso un po’ contropiede, ma stimolato dall’argomento-. Non lo so, per noi (di Fondazione Trussardi, n.d.r.) ogni luogo può diventare se non museo, uno spazio espositivo – dice sottolineando la caratteristica che ha fin da subito distinto la Fondazione Trussardi: il fatto di aver da sempre organizzato mostre in spazi “altri”, non destinati alle mostre, per farli conoscere e riscoprire in una nuova chiave-. Infondo che cosa contraddistingue e definisce un museo? Secondo la storica dell’arte Svetlana Alpers ciò che crea uno spazio espositivo è il portare attenzione non verso il contenuto delle opere, ma nella contemplazione pura degli oggetti. Quindi la sua domanda a questa mostra risulta interessante perché apre l’argomento della ‘spettacolarizzazione dell’arte’, o ‘l’eccesso di teatralità’ di cui spesso viene criticata l’arte contemporanea. In realtà noi quando abbiamo pensato a questo luogo abbiamo ragionato sulle dimensioni e la magia del posto”.
“Il Malatino”, credit@DiegoMarcon
In effetti, non si può negare che molto dell’effetto magia, gioco, extra ordinario che questa mostra suscita, venga dalla commissione arte di Marcon e poesia intrinseca del luogo. Al posto degli attori si muove sospeso nello spazio del palcoscenico il video Ludwig (2018), che magari qualcuno aveva già visto: un’animazione digitale in cui un bambino, a bordo di una nave in balia della tempesta, canta una triste ninna nanna cercando di illuminarsi con un fiammifero che puntualmente gli brucia le dita dopo poco. Ugualmente triste Il malatino (del 2017) al piano inferiore, che è un altro video che ritrae un bambino febbricitante sdraiatao a letto. Nella sala in cima alle scale The Parent’s Room (2021) è un altro video in cui attori indossano maschere modellate sulle loro sembianze ma che li rendono mostruosi. Sempre all’ultimo piano del Teatro si trovano anche tre bozzetti di letti vuoti esposti tra la collezione di manifesti e disegni del Teatro. “Certo -conclude Gioni-, non è una mostra che ti lascia proprio tranquillo, ma in questo momento è anche il Mondo che non ci lascia tranquilli. Sono drammi da camera: ma essendo in loop, riniziano. Non si muore mai”. Come nei giochi dei bambini.
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Marta Calcagno Baldini
Oltre il sipario // 26 Agosto 2026
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