“Il Teatro è l’unico posto dove non si brucia tutto in un attimo”: Emilio Russo direttore del Menotti svela il suo modo di concepire la sala: ricerca e accoglienza insieme

Di Marta Calcagno Baldini

Categoria Interviste

Pubblicato Luglio 10, 2024

Emilio Russo, credit @TeatroMenotti
Emilio Russo, credit @TeatroMenotti

Mettersi dalla parte del pubblico e la lentezza come concetti portanti, per un cartellone, presentato ieri, di nomi fondamentali per il teatro di ricerca, ma anche di accoglienza e divertimento

Emilio Russo, classe 1956, Varese, è un regista e direttore di teatro anomalo. Una formazione universitaria, è laureato in lettere, e varie direzioni di teatri e di festival in tante città italiane (da Torino, a Bologna, fino a Cagliari). Dal 2010 è direttore artistico del Teatro Menotti, ex Cooperativa Compagnia Stabile del Teatro Filodrammatici, costituita nel 1969 da ex allievi dell’Accademia dei Filodrammatici per la gestione del teatro omonimo (vi rimane fino al 2008 specializzandosi nell’innovazione teatrale e per la ricerca di nuove drammaturgie). In seguito all’abbandono del Teatro Filodrammatici, la compagnia modifica il proprio nome in TieffeTeatro Milano Impresa Sociale, e nel 2010, in accordo con il Comune di Milano, acquisisce la nuova sede nell’ex Teatro dell’Elfo di via Menotti a Milano, che viene rinominato Teatro Menotti (in via Ciro Menotti 11).

Stabilità, finalmente: una conquista che non fa di Russo un regista/direttore star. Il suo stile un po’ understatement è ciò che lo rende anomalo, in un’epoca in cui la personalità del direttore di un teatro sta quasi soppiantando lo star-sistem dei registi degli anni Novanta-primi Duemila. Eppure le sue stagioni presentano spettacoli che altri stabili milanesi ben più sovvenzionati non si sognano di invitare. E lo vediamo dal nuovo cartellone del Teatro Menotti presentato stamattina in conferenza stampa (ecco la presentazione del cartellone: .https://milanoateatro.it/stagioni/un-teatro-di-ampio-respiro-e-di-scelte-raffinate-il-menotti-ha-presentato-ieri-la-stagione-2024-25/):

Quanta ricerca c’è e come si fa ad arrivare ad una stagione del genere?

Prima di tutto vado molto in giro. A Londra, ad esempio, dove trovo ci sia la scena più interessante. Anche nonostante la Brexit. E poi vado a molti Festival.

In Italia anche?

Beh, da noi la città migliore per il teatro è senza dubbio Milano. In metropoli come Roma o Torino, non si arriva agli stessi livelli, anche come pubblico. In Italia questa è l’unica città rimasta per uno spettacolo di qualità. Però giro anche in Italia, vado ai Festival: Spoleto, Asti, Roma. In Inghilterra vado a Edimburgo, sono stato varie volte.

Com’è per lei essere direttore di teatro?

Ride un pochino. Ognuno ha il suo metodo! Il mio è mettermi dalla parte del pubblico, anche come regista lo uso. Se io mi annoio vuol dire che qualcosa non va: io sono anzitutto un grande spettatore. Se qualcosa stona, va rivista. Il pubblico è la parte migliore del gioco teatrale. Lo spettatore deve essere invogliato a conoscere attraverso ciò che raccontiamo in scena. Invece spesso si cerca di accontentare i gusti del pubblico, mettendo in cartellone spettacoli che si sanno già di gradimento. Invece per me lo spettatore deve stupirsi ogni volta, e conoscere. Può essere una conoscenza divertente, melanconica, di vari tipi: ma una conoscenza. Noi non dobbiamo far ri-conoscere: questo attore, regista, spettacolo, so chi o cos’è, vado. Bisogna saper spiazzare: anche di una drammaturgia nota, come “La Locandiera” “Amleto”, può, dovrebbe, fornire nuovi stimoli: dobbiamo raccontargliela in maniera che ancora stupisce il pubblico, lo convince, e ci crede.

Quindi il teatro è al giorno d’oggi una forma di conoscenza maggiore di altre arti?

Secondo me sì. Perché il teatro è una forma d’arte e di conoscenza che ha molto a che fare con il rapporto tra le persone: è l’unico posto dove non si brucia tutto in un attimo. Lo spettatore può stare lì un’ora, due ore, senza correre. Invece oggi si va in fretta anche nei musei, o alle mostre: ci si trova una carrellata di persone e si tende ad andare via velocemente. Al cinema anche, se vogliamo, ci si incontra: ma non è immediato quanto il teatro È preparato prima.

In questo cartellone molti spettacoli ritornano dalla scorsa stagione, e alcuni, nuovi e non, hanno teniture lunghe.

Perché il mio paradigma è la lentezza: non voglio bruciare i tempi. Deve esserci la possibilità che la voce giri, che si riesca a organizzarsi per venire a teatro. Che è un luogo dove possono avvenire tante cose: è il luogo più bello di ogni città, e l’accoglienza del pubblico si realizza aprendo la sala per spettacoli diversi, e poi c’è il bar dove anche ci si trova prima, in modo da fornire altre occasioni di incontro e approfondimento.

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