Chi vive a Milano sa bene che spesso, nei palazzi Trecenteschi, dietro al portone esiste un secondo cancello: è una controporta posizionata a metà dell’androne. Pochi, ancora, però, forse, sono a conoscenza del fatto che questa sorta di blocco prima di accedere al cortile si chiama pusterla, e che fu inventato dall’omonima nobile famiglia milanese. Per fermare i cani di Bernabò Visconti (1321-1385), duca di Milano. Egli infatti viveva in un palazzo imponente che fece costruire in quella che oggi è piazza Missori: qui, direttamente in cortile, cresceva a centinaia i suoi feroci mastini chiamati dai milanesi i can de la bissa, ovvero “della biscia” per il biscione visconteo che campeggiava sullo stemma araldico di famiglia nonché sul collare di ognuno. Come spesso succede, anche i cani di Bernabò Visconti scappavano dal loro cortile: ecco quindi pronta la -sua, del Duca- ordinanza per costringere chiunque si fosse trovato un can de la bissa in casa, a tenerlo in custodia senza rispedirlo al mittente, semmai occupandosene e adottandolo almeno fin all’arrivo delle guardie che Visconti mandava in giro per la città una volta al mese a recuperare i dispersi. Chissà poi se davvero queste guardie uscivano, dato che i cani viscontei in giro per Milano erano a quanto pare molti, troppi, al punto che i Pusterla idearono appunto il blocco che porta il loro nome, e che fu adottato da molte altre famiglie.
E’ una delle 21 storie che Enrico Ercole, saggista e ufficio stampa milanese (1973) ha raccolto nel suo libro V.I.P. very important pet, appena uscito per Rossini editore (19.99 euro): “ho unito la mia passione per gli animali a quella per la Storia -ha detto l’autore a Milanoateatro ieri dopo la presentazione del suo libro avvenuta, non a caso, in via Gonzaga 7 nello spazio Gonzaga7, esattamente dove sorgeva il palazzo Visconti-. Ho vari libri che approfondiscono i Sovrani: ho studiato a fondo il tema e ho scovato ulteriori dettagli. Scrivendo come giornalista anche su riviste per animali, poi, quando devo studiare una razza per un articolo mi capita di trovare informazioni su nobili padroni che hanno posseduto quella specie”. Ma capita anche il contrario: “Sì. Che il cane sia noto a prescindere dal padrone”. Come nel caso di Rubino, il lagotto affrescato dal Mantegna per il Duca Ludovico II Gonzaga nella Camera degli Sposi Palazzo Ducale a Mantova: “è un cane stranoto -conferma Enrico Ercole-: ho scoperto per il libro che è appartenuto anche ai Gonzaga”.
Rubino nel dipinto di Andrea Mantegna nella Camera degli Sposi a Palazzo Ducale a Mantova, credit @Copia-di-Arte.com
Ogni epoca ha la sua storia, un modo di dire, un aneddoto uno o più personaggi. “Spesso i potenti sono soli -specifica Ercole-, e trovano un riferimento importante nell’animale domestico”. Esempio di ciò è Sissi, l’imperatrice austriaca (1837-1898), “che amava cani giganteschi. Glieli aveva fatti conoscere un’amica: li fa arrivare a Vienna e ne combina di tutti i colori”. Grande spazio viene dedicato alla Corona Inglese, ma è presente anche Napoleone che dovette fare i conti con Fortune, il carlino di Giuseppina: “il cane è simbolo di fedeltà. Il gatto era considerato utile perché cacciava i topi, ma come animale domestico arriva solo nel 1700, quando dall’India arrivano i primi di razza”. Come Briant, il gatto di Luigi XV, libero di girare per Versaille. Non solo: lui impose di trattarlo come un principe di sangue reale. Insomma: un giro del Mondo, in particolare per l’Europa, attraverso i secoli, dal 1200 ad oggi, per un ritratto ironico, leggero, ma ben documentato, per conoscere la storia degli animali domestici dei cosiddetti potenti, “ma anche per avvicinarsi ad aspetti meno noti anche di questi stessi sovrani” conclude Ercole.
eri sera alla presentazione, credit @marta-calcagno
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Marta Calcagno Baldini
Oltre il sipario // 27 Novembre 2025
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